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LUCI ED OMBRE

 

 

     
Premesso  
Che non si può definire univocamente la figura del partigiano poiché sotto questa definizione venivano raggruppati oppositori, idealisti, imboscati, ricercati, fanatici.
Premesso
Che mio padre è stato partigiano antifascista ed ha subito il confino politico.
 
In questa pagina ho raccolto alcune testimonianze sulla parte più NERA della lotta partigiana.
Questo perché della parte BIANCA ne abbiamo letto e sentito parlare in abbondanza ed io preferisco cercare la mia verità.  

La resistenza, non è mai esistita

è una invenzione dei comunisti.

   

Indro Montanelli

Reggio Emilia, 16 ottobre 2006.
Gianpaolo Pansa presenta il libro "La grande bugia", un libro sulle parte torbida della resistenza.
Una marmaglia di balordi dei centri sociale hanno occupato il locale coni soliti slogan, volantini e bandiere dando conferma che il libro di Pansa non è che il preludio di un sistema di sinistra che continua ad imperare.
Per ribadire il loro sistema democratico, hanno tentato di impedire a Pansa di parlare, cantando Bella ciao.
Anche alcuni ex partigiani presenti si sono ribellati a questo modi incivili che non li rappresentano.
Logicamente è finita a pugni, insulti e minacce nel migliore sistema comunista, fino all'arrivo dei Carabinieri.
Il giorno dopo Giorgio Bocca ha invocato una legge per vietare di parlare male della Resistenza. Forse avrebbe fatto meglio a contestare gli episodi citati. Voler vietare le tesi altrui senza alcun confronto è tipico di un Comitato Centrale di infausta memoria.
 
RESISTENZA OGGI
Anche quest'anno 2009 sta per andare in onda la festa del 25 aprile. E sarà ancora una sguaiata manifestazione che non intende assolutamente promuovere una conciliazione nazionale ma solo la propaganda comunista. Prova di questo intento sono i manifesti affissi a Genova.
Come si vede nella prima foto i partigiani, riuniti intorno ad un tavolo, sono in compagnia di una boma e di una pistola. Niente di strano, visto il compito che svolgevano. Però il manifesto affisso per le strade riporta le seconda foto, dove si vede chiaramente che mancano bomba e pistola.
foto originale foto taroccata
FOTO DI UNA RIUNIONE PARTIGIANA SULL'APPENNINO LIGURE FOTO UTILIZZATA SUI MANIFESTI DELLA REGIONE LIGURIA PER IL 25 APRILE
Vogliono forse far credere che anche la Resistenza è stata fatto in nome del buonismo oggi dilagante a sinistra? E che non veniva fatto uso di armi ma solo di buone parole?
La risposta è un'altra: Le armi della foto, una granata tipo Mk2 e una semiautomatica da ufficiali, erano quelle in dotazione all’esercito americano che liberò l’Italia. E questo avrebbe smascherato coloro che hanno sempre raccontato che la Liguria era stata liberata dalla Resistenza senza l’inutile aiuto alleato. ANCORA MENZOGNE!
 
QUANTA VIOLENZA IN NOME DELLA RESISTENZA
 
Dopo i libri di Pansa ed alcuni film sulla parte oscura della Resistenza, sembra che il muro di omertà e connivenza si sia cominciato a sgretolare.
Avremo anche in Italia la caduta del muro come a Berlino?
Il partigiano Giuseppe Bonzio di Milano ha trovato il coraggio, dopo 64 anni dai fatti, di confessare ciò che ha visto con i suoi occhi e lo ha scritto al Giornale:
«Ho 86 anni e mi scusi se sono costretto a scriverle a mano: non riesco più a usare la macchina per scrivere.
Sono stato partigiano. Avevo 22 anni.
Mi trovai in difficoltà con gli altri partigiani, quasi tutti reduci di guerra. Io ero il più giovane.
Gli altri erano tutti sui trent'anni e anche più. Quasi tutti erano stati soldati nei vari fronti della spaventosa Seconda guerra mondiale. Io avevo ottenuto l'esonero dal servizio militare perché dovevo lavorare per alimentare i miei sette fratelli. Mio padre era morto d'infarto.
Finita la guerra ci fu un'orgia tremenda con la caccia al fascista.
Non soltanto venivano maltrattati quelli che avevano aderito al fascismo, ma tanti altri, che con il fascismo non avevano mai avuto nulla a che fare.
Fu un'orgia tremenda, ripeto. Ricordo alcuni fatti.
Un partigiano (però in quel momento si facevano chiamare partigiani anche molte persone malfamate: ladri, provocatori, gente che viveva di espedienti, furto soprattutto) andò nella casa di un impiegato comunale e volle che quella casa diventasse sua.
Costrinse il malcapitato a firmare un foglio nel quale era detto che quella casa la cedeva al partigiano e pretese che la famiglia dell'impiegato uscisse di casa, perché quella casa era sua.
Questo è uno dei tanti casi di quei giorni maledetti.
Ho visto un carcere strapieno di gente (uomini, donne e bambini) arrestata dai partigiani perché fascista.
Ricordo una donna che piangendo mi disse che lei non si era mai occupata di politica. L'avevano arrestata perché non voleva cedere la sua casa ad un partigiano.
E poi altri fatti dolorosi, che mi costrinsero a ritirarmi.
In quelle settimane in cui ero stato partigiano non ho visto altro che violenze tremende, appropriazioni indebite, furti, ricatti.
Gli unici a comportarsi bene erano i reduci di guerra trasformatisi in partigiani. Gli altri erano soltanto ladri.
Ora mi domando: io non sono in grado di fare lunghi tragitti, cammino con il bastone. E nel 1945 avevo 22 anni.
Come mai esistono oggi baldanzosi partigiani che sfilano baldanzosi? Hanno la mia età?
E com'è possibile che l'associazione partigiana abbia sempre nuovi iscritti?
E la Quinta armata inglese e l'Ottava armata americana, che dalla Sicilia al Brennero, hanno invaso l'Italia liberandola da un regime ormai finito, non sono esistite? Solo le bande di partigiani hanno liberato l'Italia?»

Commento: Le associazioni partigiane e le istituzioni hanno permesso che questi "partigiani" (ladri, provocatori, gente che viveva di espedienti, furto soprattutto) si confondessero con coloro che hanno onestamente contribuito alla liberazione dell'Italia.
E purtroppo bisogna constatare che le cose non sono poi cambiate di molto.
Chi ha visto la manifestazione di Milano del 25 aprile si è potuto rendere conto che nella attuale rappresentanza della Resistenza convivono ancora queste ambiguità.

HO RICEVUTO QUESTA TESTIMONIANZA: Dalle mie parti i partigiani erano renitenti alla leva, disertori e questi erano i meno facinorosi. Gli altri erano ladri, assassini evasi dalle carceri, ergastolani, delinquenti comuni, tutti nascosti nelle nostre montagne dove gozzovigliavano rubacchiando derrate ai poveri abitanti di quelle terre. Quando arrivarono gli americani a liberarci, i "valorosi" partigiani uscirono dai loro nascondigli, si misero le loro medaglie alzarono le loro bandiere rosse e ci raccontarono che erano stati loro a liberare l'Italia e pretesero "tutti" di essere assunti negli enti di stato anche se erano analfabeti . Altro che tessera del fascio. Quei figuri erano considerati, da i miei concittadini, la peggiore feccia della città.
 
da un altro punto di vista

VIA RASELLA: EROISMO O TERRORISMO?

 

Per chi non fosse a conoscenza dei fatti che si svolsero in Via Rasella, riporto una ricostruzione che ritengo sia la più vicina alla realtà.

   

Santuario di Pietralba. Siamo quasi sul confine tra Alto Adige e Trentino. La stanza degli ex voto ha le pareti tappezzate di quadri e quadretti: santi, madonne, ma anche scene di incidenti, cadute, immagini di ammalati con le braccia fasciate o infilati in un letto. E poi stampelle, occhiali, caschi da motociclista. Un quadretto circondato di nero riporta un lungo elenco di nomi e date di nascita. Sembra sottrarsi in qualche maniera alla logica degli altri ex voto. Voglio dire, solitamente si ringrazia il Cielo per una grazia ricevuta. Quel quadretto, invece, riporta un elenco di trentadue persone morte. A Roma, il 23 marzo del 1944.

Questa storia comincia dopo l'armistizio dell'8 settembre. L'Italia "scarica" a sorpresa la Germania. Ma per i tedeschi il segreto dell'armistizio è solo il segreto di Pulcinella, anzi "Das pfeifen die Spatzen schon vom Dach", come dicono loro. Così già due giorni dopo viene costituito l'Alpenvorland, il Trentino e l'Alto Adige vengono in tutto e per tutto assoggettati al potere nazista. Tra le altre cose, si presenta la necessità di costituire dei corpi di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico. Vengono così formati il Corpo di Sicurezza Trentino, il suo corrispondente altoatesino, il S.o.d., e i Polizeiregiment. Italiani che combattono per i tedeschi. Tanti corrono ad arruolarsi perché convinti di scongiurare così il pericolo di essere mandati al fronte, altri perché convinti sostenitori del nazismo, altri solamente perché costretti a prendere atto della propria volontarietà.
L'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen è formata da 156 uomini. Quasi tutti contadini o artigiani della valli dell'Alto Adige; hanno attorno ai quarant'anni e sono comandati dal tenente Wolgasth, un prussiano tutto d'un pezzo, una carogna secondo i suoi soldati che gli affibbiano il nomignolo di "Vollgas", Tuttogas, perché si diverte a farli schiattare di fatica. Il battaglione lo dirige un boemo, tale Dovek. Sì, perchè i posti di comando sono preclusi agli altoatesini, che in fondo – piaccia o no – sono pure italiani. Dovek e Tuttogas non devono avere una grande opinione dei loro soldati; l'appellativo più gentile che riservano alla truppa è "Holzkoepfe", teste di legno. Non hanno digerito di essere stati assegnati a quel battaglione, a quelle schiene curve abituate a salire su per i sentieri della Val Venosta e dei passi dolomitici, a quella gente di montagna per natura così pacifica e poco incline alla marzialità militaresca.

Per questo l'addestramento è particolarmente duro. Bolzano e poi Colle Isarco. E da sopportare non ci sono solo la disciplina e la fatica fisica, ma pure l'umiliazione psicologica messa in atto dai comandi. "Traditori", "maiali", "bastardi" e altre della stessa marca. A quelle reclute non viene perdonato il fatto di essere così poco tedesche, di non sapere addirittura, come nel caso dei ladini, parlare il tedesco.
Loro, le reclute, mal sopportano. In fondo, a quanto ne possono sapere, tutto quello assomiglia tanto ad un secondo servizio militare, fatto con una divisa diversa, per una nazione diversa, con tanto di giuramento che viene pronunciato il 28 gennaio. Pochi giorni dopo il Battaglione è trasferito a Roma, con mansioni di sorveglianza.
Per chi sperava di rimanere in Alto Adige non è certo una bella notizia. Anche perché Roma, in quei giorni, dovrebbe essere, in teoria, una "Città Aperta", cioé immune ad ogni tipo di combattimento, ma di fatto è il teatro di un braccio di ferro tra i nazisti e le bande partigiane. Pare che i muri della città siano tappezzati di manifesti tedeschi. Vi si può leggere una frase terribile, ma molto, molto chiara, che non può lasciare spazio agli equivoci: ogni aggressione contro i militari tedeschi da parte di civili sarà punita con dieci vittime italiane per ogni vittima tedesca.
Il Polizeiregiment Bozen viene acquartierato nelle soffitte del Viminale. Da lì, tutte le mattine, l'undicesima compagnia si reca marciando al Foro Mussolini, per svolgere le esercitazioni. Dovek, al seguito in automobile, non si accontenta di esporre le "teste di legno" agli attacchi partigiani. Pretende che si facciano sentire, che cantino come tanti galletti pettoruti, che si mostrino entusiasti di servire il Reich. Come delle vere esse-esse.

***

Ci sono giorni che nascono già gonfi di presentimenti, pieni di segni; tanto che già al mattino ti convinci di aver capito cosa accadrà di lì fino a sera. Come quei pessimi film in cui si intuisce da subito che fine farà quell'attore, dato che si porta scritto la parola "morte" sulla fronte.
Il 23 marzo 1944 è un giorno speciale. Ricorre il venticinquesimo della fondazione dei Fasci di Combattimento, antesignani del fascismo. In città è prevista una manifestazione. La si farà al chiuso, in un teatro, per motivi di sicurezza. I nazisti temono attentati dimostrativi che spingano la popolazione romana ad insorgere.
Anche Giorgio Amendola conosce l'importanza di quella ricorrenza. Il futuro deputato comunista è a capo dei Gruppi di Azione Patriottica nella capitale, i Gap, e li ha già incrociati questi militari un po' curvi, così poco tedeschi, che cantano come deficienti per le strade di Roma. Sì, li ha visti vicino a Piazza di Spagna, recandosi al nascondiglio di Alcide Degasperi. Amendola ordina ai Gap di studiare un piano per attaccare quella Compagnia.
I soldati dell'undicesima sono contadini che di tattica e strategia sanno ben poco. Per loro è già stato abbastanza traumatico passare dai prati della Val Badia, alla soffitta del Viminale. Però, qualcosa riescono a notarla. Le guardie sono raddoppiate, le strade di Roma al contrario degli altri giorni sono praticamente vuote. E poi i sottufficiali, e anche Tuttogas e gli altri, vengono convocati a rapporto, in cima alla compagnia, mentre, con due strane ore di ritardo, l'ultima marcia è già cominciata.
In mezzo a questi inquietanti segnali, l'undicesima si avvicina a Via Rasella. E' strano, ma neppure Dovek sembra lo stesso. Pare agitato, continua a fare su e giù con l'automobile. E non li fa cantare. Anzi, sì. Sentilo adesso come urla: "Ein Lied! Schweine!".

I plotoni della compagnia sono quattro. La bomba esplode mentre è appena transitato il secondo. Dodici chili di tritolo pressati in un contenitore di ghisa, a cui sono aggiunti sei chili di esplosivo e pezzi sfusi di ferro.
Dicono che in quel momento Alcide Degasperi fosse in compagnia di Amendola. Ad un certo punto la forte esplosione fa tremare i vetri. Amendola dice: "Sentito che botto?!". Degasperi risponde: "Eh, voi comunisti, una ne pensate e cento ne fate". Sembra un dialogo tra il divertito e il leggero.
A poche centinaia di metri, in Via Rasella, di divertente non c'è proprio nulla. A terra rimangono trentadue soldati, alcuni dei quali orrendamente mutilati. Ci sono alcuni morti civili, "effetti collaterali" li chiameremmo oggi. Tra loro un ragazzo di quattordici anni.
Il resto della compagnia sbanda. Com'è comprensibile c'è una gran confusione, urla, sangue, panico, paura. Anche perché non c'è un nemico contro il quale aprire il fuoco. Il nemico è nascosto, fuggito, volatilizzato. Ha tirato il sasso e ha nascosto la mano. I soldati allora dirigono l'attenzione verso l'alto, alle finestre dei palazzi di Via Rasella. La bomba deve essere arrivata da lì. Non c'è altra spiegazione. Un vecchio affacciatosi viene freddato da un militare. Dovek è sconvolto, corre fra i morti smembrati e i feriti urlando come un pazzo: "Correte, maiali, correte!"
Il tenente Tuttogas, invece, mantiene disumanamente la calma e aiuta i feriti a salire sulle ambulanze. In ospedale farà loro un incredibile regalo, un dono da vera star nazista: una sua foto con dedica.
Alla sera, Dovek irrompe come una furia nelle camerate del Viminale. Vuole che siano quei "maiali" a vendicare i compagni ammazzati dai terroristi. Urla, si sbraccia, scalpita come un cavallo. Nessuno fiata. C'è troppo dolore in quella soffitta. Dolore per i compagni morti e, più che mai, nostalgia di casa. I soldati rifiutano di eseguire l'ordine. Franz, Peter, Toni e gli altri sono cattolici. Proprio loro dovrebbero farlo? Loro che quando stavano a Bolzano e venivano trovati nelle chiese erano obbligati a tornare in caserma sulle ginocchia?

I soldati caduti in Via Rasella trovano sepoltura in un anonimo prato, su Monte Mario. Verranno poi trasferiti nel cimitero di Pomezia. Nessuno chiederà mai di poterli piangere.

***

Al Santuario della Madonna di Pietralba, fino a qualche anno fa, si recavano in pellegrinaggio i sopravvissuti della strage. Si trovavano davanti a quel quadretto circondato di nero, con i nomi dei compagni uccisi, e pregavano in silenzio. Un elenco di morti in mezzo a tanti ringraziamenti per una morte scampata soltanto. Perché? Forse perché per quei montanari dalla schiena curva, per quei ragazzi contagiati dalla follia della guerra non ci saranno mai discorsi, monumenti o giornate della memoria. Al massimo un quadretto circondato di nero, un elenco e una data: 23 marzo 1944.

Soldati del Polizeiregiment Bozen

QUANDO FINISCE UNA GUERRA?
Qui finisce la storia dell'undicesima Compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen, dei soldati tedeschi meno tedeschi di tutta la Seconda Guerra mondiale. Qui finisce il racconto di quello che Norberto Bobbio definì il più grande errore della Resistenza. O meglio. Qui ha deciso di farlo finire chi scrive.
Perché quando ci si occupa di storia contemporanea in questo Paese, comunque si espongano i fatti, è impossibile sottrarsi alle critiche; capita di prendersi del cretino solo perché si cerca di narrare seguendo la propria coscienza; succede di sentirsi rivolgere accuse infamanti solo perché si è convinti che il bene e il male non possono stare mai da una parte sola. Tanto vale seguire il proprio intento fino in fondo: raccontare la storia di quei soldati senza nominare gli autori della strage, né scrivere della tremenda rappresaglia che ne seguì. Si sappia solo una cosa. Le conseguenze di quello che accadde in Italia in quegli anni le stiamo pagando ancora oggi, in questo strano Paese in cui se non sei di destra, "ovviamente" sei di sinistra e se non sei né di destra né di sinistra e nemmeno di centro non sei nemmeno un uomo.
No. Nel racconto non ci sono giudizi, c'è solo la vicenda di questi poveri diavoli, vittime di un conflitto spaventoso, di una guerra civile che, cambiando più volte forma, ma mantenendo intatta la sostanza, è riuscita ad arrivare fino ai giorni nostri.

("Trentino", martedì 23 marzo 2004)

 

I MARTIRI DECORATI DOPO 65 ANNI

 

Medaglia d'oro ai 12 carabinieri trucidati dai partigiani rossi in Friuli

 
Ci sono voluti 64 anni per rendere onore a 12 carabinieri orribilmente seviziati, trucidati e fatti a pezzi dai partigiani del maresciallo Tito. I tagliagole del IX Corpus sloveno che nel 1944 avevano sotto il loro comando la brigata Garibaldi Natisone. Partigiani «rossi» del Nord Est d'Italia che il Quirinale, alla vigilia del 25 Aprile, continua a mettere sullo stesso piano degli altri combattenti della Resistenza. Ma è proprio il presidente Giorgio Napolitano che il 27 marzo ha firmato, senza clamore, l'assegnazione di 12 medaglie d'oro al valore civile ai carabinieri dimenticati.
Dino Perpignano Primo Armenici

Per mezzo secolo il loro sacrifìcio era rimasto volutamente celato. Morti di serie B, della parte sbagliata, che facevano solo il loro dovere presidiando una centrale elettrica a Bretto vicino a Tarvisio, provincia di Udine. Non solo: uno dei capi del commando di carnefici, Alojz Hrovat, residente in Slovenia, dopo la guerra ha ricevuto la pensione dall'Inps grazie alle sue gesta partigiane. Solo nel 2000 i vertici militari hanno cominciato a rompere il velo andando a commemorare i 12 carabinieri nei luoghi dell'eccidio. Grazie alla formidabile mobilitazione di Arrigo Varano, presidente dell'Associazione dei carabinieri in congedo di Brescia, il massacro celato è tornato alla luce. «Dopo 64 anni viene finalmente reso onore a queste vittime per troppo tempo dimenticate». Il deputato del Pdl Adriano Parali, sindaco di Brescia è stato il primo in Parlamento a chiedere che venga riconosciuto il loro sacrifìcio. «Si è trattato di un atto di bestiale criminalità, non di guerra. Per questo le medaglie d'oro sono un doveroso encomio a quei ragazzi morti per l'Italia» spiega Parali al Giornale. Il 23 marzo 1944 una banda del LX Corpus sloveno sorprese nel sonno i carabinieri vicino alla cave del Predil. Li costrinse ad una marcia della morte carichi come muli di rifornimenti e munizioni fino all'altopiano di Baia. «Rinchiusi in uno stavolo gli fu preparato per pranzo un pastone, nel quale venne versato sale inglese e soda caustica - ha ricostruito Marco Pirina fondatore del centro di ricerche storiche Silentes Loquimur di Pordenone. Affamati e stanchi i poveri carabinieri si avventarono sul cibo, ma dopo pochi minuti furono colti dai sintomi di un avvelenamento. Rantolanti per i bruciori della soda caustica e con le bocche piene di bave furono trascinati e condotti nella malga principale». La mattanza di malga Baia, descritta anche negli atti di un'inchiesta del 2001 della procura militare di Padova, è terribile. A tal punto che il magistrato per le indagini preliminari la descrive «come uno dei più gravi crimini di guerra commessi sul territorio italiano». Al maresciallo Dino Perpignano i partigiani conficcarono nel tendine un uncino e lo appesero a testa in giù alle travi del soffitto. Gli altri carabinieri Pasquale Ruggirò, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Colsi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzan, quasi tutti ventenni, subirono a turno altrettante sevizie. «Con dei picconi cominciarono a colpirli negli occhi, conficcarono le fotografie dei loro cari nel petto, tagliarono i testicoli, levarono gli occhi, finendoli con bastoni e calci - spiega Pirina -. Dopo avere legato i corpi martoriati con filo di ferro, li rotolarono nella neve». Nonostante la gravita del crimine perpetrato su prigionieri inermi la procura di Padova ha dovuto archiviare l'inchiesta, perché le autorità slovene non hanno mai collaborato. Venti torturatori erano stati individuati, alcuni ancora vivi e tranquillamente residenti in Slovenia. Fra questi Alojz Hrovat, pensionato dell'Inps. Uno scandalo che ha favorito migliaia di ex jugoslavi permettendo il cumulo degli anni trascorsi nella lotta partigiana

 
FRATELLI CERVI - FRATELLI GOVONI  
tragedie parallele 
 
La storia tragica dei fratelli Cervi è abbastanza conosciuta e quindi qui raccontata sommariamente.

La famiglia contadina Cervi era affittuaria di una tenuta agricola a Gattatico.
I Cervi iniziano la lotta armata contro il regime fascista dalla loro casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani.
La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.
Nell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessu'altra realtà regionale.
   
  I 7 FRATELLI CERVI 
   
La volontà dei Cervi di iniziare subito la lotta armata, facilitata dalla presenza all'interno della loro formazione di ex prigionieri di guerra già addestrati al combattimento, si scontra con i dubbi e le contraddizioni che segnano l'organizzazione comunista locale ed emiliana dei primi mesi di lotta.
Se da un lato gli appelli alla lotta armata sono immediati, e provengono dalle organizzazioni di partito ma anche dagli organismi unitari nazionali e dagli stessi Alleati, il gruppo dirigente comunista ha difficoltà a tradurre in pratica tali indicazioni. Prevalgono i pregiudizi operaisti ( che fanno escludere che la lotta possa partire dalle campagne) e la convinzione che non sia possibile organizzare bande armate in montagna. L'obiettivo è dunque creare piccoli gruppi di partigiani – inquadrati nei gruppi di azione patriottica (GAP) – fortemente coesi e controllati dal partito, che compiano azioni in città.
I Cervi invece sono convinti della necessità di agire subito. Nel corso del mese di settembre mettono a frutto i tanti rapporti stabiliti nel corso della lotta antifascista, e contribuiscono a realizzare l'ossatura del movimento partigiano nella zona a ovest della bassa reggiana (Campegine, Gattatico, Sant'Ilario, Poviglio, Castelnovo Sotto). In ottobre saranno in montagna per costituire una formazione armata.
Le loro azioni generano difficoltà nel rapporto con alcuni dirigenti del Partito Comunista reggiano, che non condividono le modalità di azione della banda Cervi. Questa situazione spinge i Cervi a prendere contatti anche con la federazione comunista di Parma, ma si traduce in una situazione di parziale isolamento dal resto del movimento locale.
E' inoltre difficile mobilitare altre persone, come dimostra l'impossibilità di trovare ospitalità presso altre case per occultare i componenti della formazione: è questa la ragione per cui verranno tutti sorpresi in casa Cervi dai fascisti il 25 novembre 1943. 
 
La storia tragica dei fratelli Govoni invece è sconosciuta ai più.
Ma non per questo è meno spaventosa.


Correva l’anno 1945. La famiglia Govoni, d’antico ceppo contadino, viveva a Pieve di Cento, un grosso borgo bolognese quasi al confine con la provincia ferrarese. La componevano Cesare Govoni, sua moglie Caterina Gamberini e otto figli: sei maschi e due femmine.
Il primogenito, quarantunenne, aveva nome Dino, un artigiano falegname che si era iscritto al Partito fascista repubblichino, assumendosi ruolo di buona creanza in ogni dove, tanto che nessuno, a guerra finita, aveva levato contro di lui la minima accusa.
Dopo Dino, veniva Marino, di 33 anni; era coniugato dal 1937 e aveva una figlia. Combattente d’Africa, aveva aderito dopo l’otto settembre alla R.S.I. Contro di lui non pendevano accuse di sorta.
Terzogenita era Maria, nata nel 1912; fu l’unica a salvarsi degli otto fratelli perché, dopo sposata, si era trasferita con il marito ad Argelato e i partigiani non riuscirono a rintracciarla.
   
  I 7 FRATELLI GOVONI  
   
Veniva poi Emo, d’anni 32, un artigiano falegname che non aveva aderito alla R.S.I. e che non si era mai mosso dal paese. Viveva con i genitori.
Il quintogenito, Giuseppe, d’anni 30: coniugato da poco, faceva il contadino ed abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al P.F.R. Quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi.
Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, di 22: ambedue celibi, contadini, e vivevano con i genitori. Non si erano mai interessati di politica.
L’ultima nata si chiamava Ida, immersa nei suoi meravigliosi 20 anni: sposata da poco ed era mamma di un’incantevole neonata. Abitava ad Argelato; anche lei come il marito mai avevano svolto politica attiva.
Va rammentato che la strage dei fratelli Govoni e dei loro compagni di sventura non fu provocata solamente da un’esplosione di pazza criminalità, o da un odio furibondo accumulato da alcuni partigiani nei mesi di lotta fratricida, ma fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive emanate dal Partito Comunista con lo scopo di seminare dovunque il terrore per giungere più facilmente al controllo totale della situazione.
«Drago», «Zampo», «Ultimo» e i loro compagni-partigiani furono gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l’altro, come il terrore si semini maggiormente con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro sepoltura. Il mistero fomenta la paura.
Al tramonto del 10 maggio 1945, i “rossi” iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni. Tutta la popolazione della zona era già talmente in preda allo sgomento, che i partigiani avrebbero potuto ammazzare chiunque e seppellirlo in pieno giorno con la sicurezza assoluta che nessuno avrebbe osato denunciarli. La strage dei fratelli Govoni fu preceduta da molti massacri; nessuno però ne commentava, anche se tutti sapevano.
Il massacro dell’undici maggio, nel quale trovarono la morte i fratelli Govoni, fu preceduto, 48 ore prima, da un altro eccidio in cui trovarono la morte dodici innocenti in un isolato casolare di Voltareno, nei pressi di Argelato.
Era giorno fatto quando il breve convoglio ripartì per Argelato con il suo carico di prigionieri. Ida Govoni implorò che la lasciassero tornare a casa, dalla sua creatura. Non le risposero neppure. Verso le otto, i due automezzi raggiunsero il podere del colono Emilio Grazia, dove già si trovava prigioniero Marino Govoni. In un vasto interno adibito a magazzino, cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci e colpi di bastone.
Raccontare ciò che accadde in quelle ore non è documentabile; basti sostenere che nessuna delle vittime morì per arma da fuoco. Solamente le urla strazianti dei morituri risuonarono, per molte ore, in una macabra, insensata, furibonda esecuzione che era estasi insaziabile e godibile spettacolo per i “rossi”! Gli infami registi del drammatico atto sanguigno s’incaricarono, pure, di far confluire, sul posto, un buon gruppo di “comparse”, della loro stessa specie, per compiere collettivamente un rituale sanguinario degno delle più orripilanti celebrazioni sataniche.
Chi erano gli insensati esecutori dei fratelli Govoni e suoi sfortunati compagni? La risposta: trattasi della famigerata e fantomatica “brigata Paolo”, ignota fino allora, non era probabilmente altro che un gruppo della 7ª GAP (Gruppi d’azione patriottica). I partigiani della «2ª Brigata Paolo» infierirono con una crudeltà e sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di Fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati; e quando le urla si spensero definitivamente erano le ore ventitré dell’undici maggio.
Avvenne, quindi, tra gli assassini, la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore furono gettati in un pozzo dove, anni avanti, saranno rinvenuti mentre si svolgeva l’indagine istruttoria. I corpi delle vittime furono sepolti subito dopo in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica. Per anni interi, sfidando le raffiche dei mitra degli assassini, sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto fosse accaduto, nella speranza di poter almeno rintracciare i resti dei loro cari, primi fra tutti, i genitori dei fratelli Govoni. Fu una ricerca estenuante, dolorosissima, ma inutile.
I resti dei fratelli trucidati furono recuperati sei anni più tardi ed, anche se per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi, furono fatti fuggire oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia!
 
ANCHE UNA RIVISTA PARTIGIANA DENUNCIO' LE STRAGI COMUNISTE
 
La Penna, periodico liberale e cattolico pubblicato nel 1945-47, sosteneva le stesse tesi di Gianpaolo Pansa. Chiuse dopo minacce, botte e incendi.
 

 
 
L'ECCIDIO DÌ MONTECCHIO

La Procura militare di La Spezia chiede i nomi dei partigiani killer

REGGIO EMILIA Nella rossa Emilia anche una mera commemorazione scatena gli animi. Sono bastate infatti una corona di fiori e una croce, a ricordo dei 25 soldati del presidio Gnr di Montecchio trucidati dai partigiani dopo essersi arresi e aver trattato i termini con la mediazione del parroco don Ennio Caraffi (furono caricati su un camion, condotti nel bosco di Cernaieto, torturati, uccisi e gettati in alcune fosse, da cui furono riesumati il 16 ottobre '46), a rinfocolare le polemiche, non solo storiografiche. L'Istoreco sostiene che «nel fucilare i militi della Gnr i partigiani applicarono le disposizioni del Comando Militare Nord Emilia che (in data 6 e 16 aprile 1945) prevedevano di passare per le armi i fascisti che, al momento della liberazione, avessero opposto resistenza». Questo però in violazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri disarmati, a seguito di qualsiasi tipo di resa, visto che le formazioni partigiane erano state riconosciute come militari dal Decreto Luogotenenziale n. 194 del 12/4/45. «Perché», si chiede Marco Pirina del Centro Studi "Silentes Loquimur" (0434/554230), che ha presentato un esposto al pm Marco De Paolis della Procura militare di La Spezia, «portarli all'esecuzione in un bosco distante km dal luogo dello scontro? E perché l'Istoreco non da le generalità dei partigiani?». Ora l'acquisizione dei nomi spetta al pm. Che cercherà pure di capire come mai il corpo di Angelo Gallingani fu trovato colla testa staccata Strana fucilazione...

MISKA RUGGERI

 
 

Stragi censurate: Cologna Veneta

Quando i partigiani del "camion della morte" fucilavano i ragazzini alla schiena   di FRANCESCO SPECCHIA

••• Notte scura, quella del 25 maggio del '45. Luciana Minardi non riusciva a dormire. Era, Luciana, una ragazzina di 16 anni che aveva trascinato un bagaglio di sogni spezzati da Imola alla Bassa veronese per arruolarsi fra i fascisti del battaglione Colleoni della XMas. E ora Luciana era lì, in una camerata di Cologna Veneta, raggomitolata su un materasso, a parlottare coi commilitoni di gagliardetti strappati al nemico e della voglia di riabbracciare i suoi. D'un tratto irruppero una ventina di partigiani. Luciana e altre persone, incolpate solo di essere parenti di fascisti già prigionieri, vennero caricate su un autocarro per essere «trattenute, trasportate a Imola e colà giudicate». Il camion, però, si fermò prima. A circa un chilometro sull'argine del torrente Guà. Sulle acque del quale Luciana finì col galleggiare a pancia in giù, col saluto di una mitragliata nella schiena. Al suo, s'aggiunsero altri cinque cadaveri, tra cui quelli di Iride Baldini col figlio appena diciassettenne Alessandro e di Speranza Ravaioli, anch'essa giovane madre di due bimbi. La mattina di due giorni dopo la stessa banda raggiungeva una caserma degli Alleati a Verona e riusciva a farsi consegnare, con l'inganno, sedici detenuti politici, tutti provenienti da Cologna e parenti delle vittime dell'eccidio precedente. I partigiani, chiacchierando con Augusto Baldini, ebbero perfino la spudoratezza di rincuorarlo sulla salute di moglie e figlio massacrati ore prima. Dei reclusi, trasportati a Imola sul solito «camion della morte», si salvarono in quattro (tra cui -la beffa-, proprio il padre di Luciana Minardi). Gli altri subirono il linciaggio. Non senza prima aver obbligato un figlio (Pietro Trerè, anni 15) a frustare il padre, dopo torture.

 
 
 
Ricordo mio fratello ucciso dai partigiani

Caro direttore, io non so se, come sostiene il prof. D'Orsi, Giampaolo Pansa sia un «rovescista», né perché il professore non abbia accettato la sfida lanciatagli di verificare egli stesso, con una sua équipe, la verità di quanto affermato nei libri del giornalista. Posso tuttavia narrarti quanto segue. la notte del 7giugno 1945. Sono passati 45 giorni dalla fine della guerra. Nell'ospedale di Lovere sono ricoverati due militi della Tagliamento: uno dei due, grave e immobilizzato a letto con trazioni atte gambe perché colpito da raffiche di mitra sparate dai partigiani. Il silenzio del nosocomio viene squarciato dalle urla di un gruppo di partigiani che, superato i controlli, si  dirigono verso la corsia dove giacciono i due giovani della Tagliamento. Da tutta la corsia si levano le urla degli altri degenti, tra cui due partigiani nella stessa corsia. Aiuti non ne arrivano: i partigiani, incuranti, strappano i due giovani dai loro letti dopo aver tagliato le cinghie delle trazioni che immobilizzavano le gambe di quello colpito dalle raffiche di mitra. Se li caricano, come due sacchi, sulle spalle, e si dirigono verso l'uscita tra le urla degli altri ammalati. A nulla vale la resistenza della madre del più giovane dei due, che si aggrappa disperata al corpo del figlio. I partigiani escono dall'ospedale e raggiungono il lago di Lovere nelle cui acque si conclude la tragedia. Sono passati 45 giorni dalla fine della guerra. I due giovani erano Aldo De Vecchi ed Emilio Le Pera, mio fratello. Ogni anno, il 7 giugno, un piccolo gruppo di amici, di parenti e di commilitoni si raccoglie sulle rive del lago, nelle cui acque, che mai hanno restituito le spoglie, gettano una corona di fiori. Il rapporto di denuncia dei carabinieri è stato regolarmente redatto, ma è finito in un remoto scaffale della caserma di Lovere. Giampaolo Pansa ha citato l'episodio nel libro "Il sangue dei vinti", ma prima di pubblicare ha preteso di consultare atti e documenti, prima fra tutti la copia di quella denuncia, che da oltre cinquant'anni, dorme negli scaffali del Comando dei Carabinieri di Lovere. Si è poi saputo che l'infermiera più scorbutica dell'ospedale e che era addetta al controllo degli accessi notturni dell'ospedale, aveva, la mattina del 7 giugno, preteso che i due giovani prendessero la comunione. Con stima,

GIOVANNI LE PERA

 
L'eccidio dell'aprile '45

Quattordici ragazzini massacrati perché dell'Rsi - Aperta un'inchiesta

di MARIA ACQUA SIMI

Pensavamo, dopo l'uscita dei libri Giampaolo Pansa, di essere venuti finalmente a conoscenza di tutte le stragi, più o meno nascoste, della Resistenza. Invece no, C'è un eccidio, tanto grave quanto poco conosciuto, che avvenne nei giorni della Liberazione. Al riguardo la Procura di Busto Arsizio ha disposto un'indagine, alla quale seguirà a breve un rinvio a giudizio con udienza preliminare. Lo dice a Libero l'avvocato Luciano Randazzo, che dal 2001 si occupa della vicenda. «È una storia drammatica, tenuta nascosta, sui cui gravano dubbi ed incertezze», dichiara prima di cominciare il racconto. A morire, il 26 aprile del 1945, furono quattordici ragazzini, militanti dell'Accademia del Littorio. Il giorno prima, mentre Sandro Pertini annunciava alla radio l'avvenuta liberazione del Paese dai nazifascisti, il reparto di giovanissimi militi, di stanza a Malpensa, si dirige verso Oleggio. Sono ragazzetti tra i 13 e i 17 anni. Poco più che bambini. Tra loro il sergente Mario Onesti, classe 1926, e un nipote del Duce, figlio di Edvige. Vengono intercettati a Samarate (Varese) dalla brigata partigiana di Cino Moscatelli e subito catturati. Firmano però una resa: in cambio avranno salva la vita e un salvacondotto per tornare a casa. Il verbale viene firmato da un avvocato del Cln, dal cappellano partigiano don Enrico Nobile e dallo stesso Onesti. Non verrà mai rispettato. I "piccoli repubblichini" vengono internati nelle segrete del castello di Samarate, torturati e infine fucilati nella piazza del paese. I corpi, mutilati e dileggiati, sepolti frettolosamente in una fossa comune.

Non se ne sarebbe saputo più nulla, se non fosse stato per la pietà cristiana della sorella del sergente ucciso. Elda Onesti per anni ha cercato il corpo del fratello e dei suoi amici. Raggiunta telefonicamente da Libero racconta delle difficoltà e delle reticenze della gente: nessuno Voleva parlare di quella strage. Non il comune, che «ha sempre negato di sapere dove fossero sepolti». Non gli abitanti del paese, che pure avevano visto i cadaveri in piazza. Così la signora arriva a pagare il custode del cimitero: «Gli diedi diecimila lire. Trovai il corpo di mio fratello e dei suoi. Stavano ammucchiati in una fossa sotto l'immondizia». Il ricordo è nitido, il dolore vivo. Elda Onesti non cerca vendetta - «i partigiani erano delle bestie, al loro perdono ci penserà Dio» - ma un processo sì. Vuole giustizia, e rendere onore ai caduti. «Nessun avvocato ha mai voluto occuparsene» racconta. Anche perché nel tempo quella strage ha assunto contorni ancora più inquietanti, come documenta ancora una volta l'avvocato romano: «La brigata Moscatelli nel 45 faceva riferimento a due grossi esponenti politici. Gli stessi che firmarono la condanna a morte di Onesti e dei suoi». Si riferisce a Luigi Longo, guida storica della Brigata Garibaldi, che nel '46 sarà membro dell'Assemblea Costituente e nel '64 succederà a Togliatti. Ma si riferisce soprattutto ad un secondo uomo, che assieme a Longo e Valiani organizzò l'insurrezione di Milano. Lo stesso che annunciò per radio agli italiani l'avvenuta liberazione, e che l'8 luglio 1978 sarebbe divenuto il settimo Presidente della Repubblica: Sandro Pertini.

Sono trascorsi 56 anni, il tribunale prosegue le ricerche mentre molti degli indagati sono morti. Ne restano in vita due: Pierino Genoni e Santino Banda. Il 29 marzo 2006 il sindaco di Samarate, Vittorio Solanti, è stato convocato in Tribunale dal Gip Donatella Banci come persona informata dei fatti. «So che c'era la guerra e che era una situazione difficile, dove regnavano l'odio e l'astio nei confronti dell'avversario» ha dichiarato, negando di conoscere particolari utili all'inchiesta. Questo non basta però al legale della signora Onesti, che promette battaglia. I nomi su cui indagare ci sono. La Procura di Busto Arsizio si sta muovendo, nella persona della dottoressa Giglio, per accertare la verità. Per rendere giustizia al sangue dei vinti. Quattordici bambini uccisi da una storia molto più grande di loro.

 
LA VOLANTE ROSSA
Nel biennio 1945-46 dopo la fine della guerra, il Centro-Nord fu teatro di assassini e stragi per vendette politiche, ad opera di bande armate, composte da ex partigiani o di organizzazioni paramilitari. A ciò si aggiungono rapine, estorsioni, aggressioni personali, reati contro il patrimonio che a volte sotto la nobile insegna di "guerra di classe" c'erano solo episodi di delinquenza comune.
Nell'immagine: LA VOLANTE IN SFILATA - Milano 25 aprile 1948.
Nel terzo anniversario della Liberazione, per scelta delle autorità, sfilano per via Dante gli ex appartenenti alle bande partigiane comuniste, preceduti dai componenti della Volante Rossa, formazione terroristica alle dirette dipendenze del PCI.

 
Sacerdoti vittime del comunismo. Martiri nell'oblio

Tra le tante pagine mai scritte della nostra storia recente vi è sicuramente quella che attiene alla vera e propria strage di sacerdoti operata da bande di partigiani comunisti, in particolare nel "triangolo rosso" emiliano, tra l'8 settembre 1943 (giorno dell'armistizio) e il 18 aprile 1948 (data delle elezioni politiche vinte dalla DC). Alcuni di questi religiosi furono uccisi per vendetta personale o perché avevano criticato ruberie, eccessi ed eccidi compiuti dalla "Resistenza rossa"; qualcuno era cappellano dei partigiani cattolici e si opponeva alle infiltrazioni comuniste. Quasi tutti furono "prelevati" di notte e mai più ritrovati; pochissimi hanno avuto giustizia in tribunale e molti sono stati diffamati. Si può certamente affermare che questi sacerdoti immolarono la vita per restare fedeli alla loro missione di apostoli di Cristo. A distanza di 60 anni il saggista Roberto Beretta prova a squarciare il velo di silenzio su queste efferatezze con il libro Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, Casale Monferrato 2005), volume che si consiglia a tutti i docenti di storia di buona volontà. Si propongono di seguito 120 nomi, ma certo i sacerdoti uccisi da componenti le bande partigiane, o presunti tali, sono di più.

Don Giuseppe Amateis - parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944, perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi.
Don Gennaro Amato - parroco di Locri (Reggio Calabria), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Paulonia.
Don Ernesto Bandelli - parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il 30 aprile 1945.
Don Medardo Barbieri - parroco di Qualto. Ucciso nell'inverno 1944 nel bolognese.
Don Vittorio Barel - economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti.
Don Stanislao Barthus - della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le "violenze indiscriminate dei partigiani".
Don Duilio Bastreghi - parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
Don Carlo Beghè - parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale.
Don Giuseppe Beotti - arciprete di Sidolo (Piacenza). Ucciso il 20 luglio 1944.
Don Francesco Bonifacio - curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti iugoslavi l'11 settembre 1946 e gettato in una foiba.
Don Luigi Bordet - parroco di Hone (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste.
Don Sperindio Bolognesi - parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944.
Don Giuseppe Borea- parroco di Obolo (Piacenza). Ucciso il 9 febbraio 1945.
Don Pasquino Borghi - parroco di Corriano (Reggio Emilia). Fucilato il 30 gennaio 1944.
Don Corrado Bortolini - parroco di S. Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire.
Don Raffaele Bortolini - canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945.
Don Luigi Bovo - parroco di Bertipaglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato.
Don Umberto Bracchi. Congregaz. Preti della Missione di Piacenza. Ucciso il 19 luglio 1944.
Don Miroslavo Bulleschi - parroco di Monpaderno (diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi.
Don Tullio Calcagno - Direttore di "Crociata Italica", fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945.
Padre Martino Capelli - missionario del Sacro Cuore. Ucciso il 1° ottobre 1944 nel bolognese.
Don Ferdinando Casagrande - parroco a Gugliata. Ucciso il 9 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Sebastiano Caviglia - cappellano della Gnr, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti.
Don Crisostomo Ceraiolo - o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.
Don Elia Comini - salesiano. Ucciso il 1° ottobre 1944 nel bolognese.
Don Aldemiro Corsi - parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944.
Don Ferruccio Crecchi - parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all'arrivo delle truppe di colore nella zona su false accuse dei comunisti del luogo.
Don Antonio Curcio - cappellano dell'11° Btg. Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati.
Don Sigismondo Damiani o.f.m. - ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11 marzo 1944.
Don Teobaldo Dapporto - arciprete di Castel Ferrarese (Diocesi di Imola), ucciso da un comunista nel settembre 1945.
Don Edmondo De Amicis - cappellano, pluridecorato della prima guerra mondiale, venne ucciso dai "gappisti" a Torino, sulla soglia della sua abitazione il 24 aprile 1945 e spirò dopo 48 ore di atroce agonia.
Don Francesco Delnevo - parroco di Porcigatone (Piacenza). Ucciso il 20 luglio 1944.
Don Aurelio Diaz - cappellano della Sezione Sanità della divisione "Ferrara", fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del '45 da partigiani "titini".
Don Adolfo Dolfi - canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945 a torture che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
Don Giuseppe Donadelli - parroco di Vallisnera (Reggio Emilia). Ucciso il 2 luglio 1944.
Don Enrico Donati - arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 23 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo.
Don Giuseppe Donini - parroco di Castagneto (Modena). Trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945.
Don Giuseppe Dorfmann - fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
Don Vincenzo D'Ovidio - parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio '44 sotto accusa di filo-fascismo.
Don Giovanni Errani - cappellano militare della G.N.R., decorato al valor militare, condannato a morte dal CNL di Forlì, salvato dagli americani e deceduto in seguito a causa delle sofferenze subite.
Don Colombo Fasce - parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del '45 da partigiani comunisti.
Don Giovanni Fausti - Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome.
Don Fernando Ferrarotti - o.f.m. - cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) da partigiani comunisti.
Don Gregorio Ferretti - parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi ed italiani nel maggio 1944.
Don Giovanni Ferruzzi - arciprete di Campanile (Imola), ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945.
Don Achille Filippi - parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filo-fascismo.
Don Sante Fontana - parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16 gennaio 1945.
Don Giovanni Fornasini - viceparroco di Sperticano. Ucciso il 13 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Mauro Fornasari - diacono. Ucciso il 5 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Giuseppe Gabana - della diocesi di Brescia, cappellano della VI legione della guardia di Finanza, ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comunista.
Don Giuseppe Galassi - arciprete di S. Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filo-fascismo.
Don Tiso Galletti - parroco di Spazzate Passatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo.
Don Domenico Gianni -cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e soppresso dopo 3 giorni.
Don Giovanni Guicciardi - parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti.
Don Virginio Icardi - parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944 a Preto da partigiani comunisti.
Don Luigi Ilariucci - parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti.
Don Giuseppe Jemmi - cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva denunciato "gli eccessi inumani di quanti disonoravano il movimento partigiano".
Don Antonio Lanzoni - parroco di Montecchio (Faenza). Fucilato nel marzo 1944.
Don Ilario Lazzeroni - Fu ucciso il 25 luglio 1944 a Montegranelli (Bologna).
Don Serafino Lavezzari - seminarista di Robbio (Piacenza), ucciso il 25 febbraio 1945 dai partigiani, insieme alla mamma e a due fratelli.
Don Luigi Lenzini - parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di martire della fede. Prelevato nottetempo da un'orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni.
Don Giuseppe Lodi - suddiacono. Ucciso il 29 settembre 1944 nel bolognese.
Don Giuseppe Lorenzelli - priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.
Don Luigi Manfredi - parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli eccessi partigiani.
Don Ubaldo Marchioni - parroco di S. Martino di Caparra (Bologna). Ucciso il 29 settembre 1944.
Don Dante Mattioli - parroco di Coruzzo (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell'11 aprile 1945.
Don Fernando Merli - mensionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21 febbraio 1944 presso Assisi da iugoslavi istigati da comunisti italiani.
Don Angelo Merlini - parroco di Fiamenga (Foligno), ucciso il 21 febbraio 1944 presso Foligno.
Don Armando Messeri - cappellano delle suore della S. Famiglia in Marino, ucciso dai partigiani comunisti il 18 giugno 1944.
Don Ildebrando Mezzetti - parroco di S. Martino in Pedriolo (Bologna). Ucciso il 20 settembre 1944.
Don Elio Monari - assistente G. maschile. Ucciso dalla banda "Carità" nel modenese.
Don Natale Monticelli - parroco di Monzone (Modena). Fucilato a Bologna.
Don Giacomo Moro - cappellano militare in Jugoslavia, fucilato da comunisti titini a Micca di Montenegro.
Don Adolfo Nannini - parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti.
Don Simone Nardin - dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare "Belvedere" in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani iugoslavi nell'aprile 1945 e fatto morire tra orrende sevizie.
Don Luigi Obid - economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), ucciso il 15 gennaio 1945.
Don Antonio Padoan - parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l'8 maggio 1944 con un colpo di pistola al cuore e uno in bocca.
Don Settimio Patuelli - parroco di Ostra (Imola). Ucciso il 25 settembre 1945.
Don Attilio Pavese - parroco di Alpe di Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano perché confortava alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte.
Don Luigi Pelliconi - parroco di Poggiolo (Imola). Ucciso il 14 aprile 1945.
Don Francesco Pellizzari - parroco di Tagliolo (Aqui), chiamato nella notte del 10 maggio 1945 e fatto sparire per sempre.
Don Pombeo Perai - parroco dei Ss. Pietro e Paolo di Città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944.
Don Enrico Percivalle - parroco di Varriana (Tortona), prelevato dai partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944.
Don Vittorio Perkan - parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale.
Don Aladino Petri - pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista.
Don Nazzareno Pettinelli - parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana l'11 luglio 1944.
Don Umberto Pessina - parroco di S. Martino di Carreggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti.
Seminarista Giuseppe Pierami - studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944 sulla Linea Gotica da partigiani comunisti.
Don Battista Pigozzi - parroco di Cervaiola (Reggio Emilia). Ucciso il 20 marzo 1944.
Don Ladislao Pisacane - vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5 febbraio 1945 con altre 12 persone.
Don Antonio Pisk - curato di Canale d'Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre 1944 e fatto sparire per sempre.
Don Nicola Polidori - della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a sefro da partigiani comunisti.
Don Giuseppe Preci - parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945.
Don Giuseppe Rasori - parroco di S. Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte del 2 luglio 1945 nella sua canonica, sotto accusa di filo-fascismo.
Don Alfonso Reggiani - parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945.
Seminarista Rolando Rivi - di Piane di Monchio (Reggio Emilia), di 16 anni, ucciso il 10 aprile 1945 da partigiani comunisti solo perché indossava la veste talare.
Don Pietro Rizzo - parroco di Jolanda di Savoia (Ferrara), fucilato il 28 marzo 1944.
Don Giuseppe Rocco - parroco di Santa Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945.
Don Angelico Romiti o.f.m. - cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al valor militare, ucciso il 7 maggio 1945 da partigiani comunisti.
Padre Mario Ruggeri - carmelitano. Ucciso l'8 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Leandro Sangiorgi - salesiano, cappellano militare decorato al valor militare, fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945.
Don Alessandro Sanguanini - della congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia) il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi.
Don Lodovico Sluga - vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello Don Pisacane il 5 febbraio 1944.
Don Luigi Solaro - di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché congiunto del federale di Torino Giuseppe Solaro anch'egli soppresso.
Don Alessandro Sozzi - parroco di Strela (Piacenza). Ucciso il 19 luglio 1944.
Don Emilio Spinelli - parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo.
Don Eugenio Squizzato o.f.m. - cappellano partigiano ucciso dai suoi il 16 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché, impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione.
Chierico Italo Subacchi, delle missioni estere. Ucciso nel piacentino il 20 luglio 1944.
Don Ernesto Talè - parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l'11 dicembre 1944.
Don Giuseppe Tarozzi - parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte del 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno di pane, in una casa colonica.
Don Angelo Taticchio - parroco di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani iugoslavi nell'ottobre 1943 perché aiutava gli italiani.
Don Carlo Terenziani - prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex Cappellano della milizia.
Don Alberto Terilli - arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944.
Don Andrea Testa - parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo.
Mons. Eugenio Corradino Torricella - della Diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio 1944 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d'italianità.
Don Rodolfo Trcek - diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1° settembre 1944 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
Don Mario Turci - parroco a Madonna dell'Albero (Ravenna). Strangolato nel settembre 1944.
Don Francesco Venturelli - parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani.
Don Gildo Vian - parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944.
Don Giuseppe Violi - parroco di S. Lucia di Madesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti.
Don Antonio Zoli - parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso da partigiani comunisti perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva deplorato l'odio tra fratelli come una maledizione di Dio.

14 Maggio 2006

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione
STRAGE DI PORZUS
UN'OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

"Giacca" all'epoca della Resistenza

di PAOLO DEOTTO
7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti "fazzoletti verdi" della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c'era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

"… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i "comunisti jugoslavi" e questo avvenne con la mediazione dell'Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l'obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l'accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l'accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… "
(da un'intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
"… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all'Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane".
(da un'intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d'Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).

A differenza di altri, Giacca aveva parlato molto di Porzus

Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant'anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt'oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss'altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: "se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti". Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell'ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l'eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell'estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l'oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l'Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull'estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l'illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l'otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l'armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall'Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell'esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell'ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell'ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell'Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l'inizio della guerra civile in Italia.

Un casolare in una malga

Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l'otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l'armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell'Italia dall'alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest'ultima.
I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell'avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro "25 luglio", restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l'Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d'azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come "l'unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese". Era un'affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l'incitamento "per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni" veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d'azione, una formazione d'élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell'Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all'inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante

Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell'innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.
La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l'alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi "alleati" per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l'alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l'inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque - dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l'occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l'inevitabile rappresaglia tedesca. L'attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un'altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.

Tito sul fronte jugoslavo

La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l'8 marzo '44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l'organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d'aquila e il fazzoletto verde, "colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi", come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l'eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d'Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all'occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al "dopo" e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso.
I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un'annessione "di fatto". Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un'incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un'improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L'episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell'Osoppo, Grassi - Verdi e De Luca - Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto "sulla parola", in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell'Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell'Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d'Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l'azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il "comando unificato" era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D'altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un "inglobamento" nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.

Con grande delusione degli alleati Tito attuò la "svolta stalinista"

Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest'oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento - Bergogna - Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi - Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d'armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all'armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la "svolta stalinista". La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell'Alta Italia. Kardelj parlava di una "comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni". Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi - Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell'ordine del giorno da approvare: "I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell'anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo".
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell'atteggiamento "internazionalista" che significava di fatto l'acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c'è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch'essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l'ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari e sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l'adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi - Natisone. "Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto". Restarono alle malghe in una ventina.

"Giacca" durante l'esilio in Jugoslavia

Chi volle l'eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt'oggi non è sicura. Di certo c'è l'esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d'altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un'ambigua proposta dell' SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell'italianità del Friuli.

 Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell'atmosfera un po' surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all'arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l'accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l'avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l'avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.

A tredici anni Giacca era già  operaio ai Cantieri San Marco di Trieste

E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall'invasione delle forze dell'Asse nell'aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per "dare la sveglia" ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l'ordine di "liquidare" il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L'ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l'azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all'oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l'acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un'aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c'è scampo. L'irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del "tradimento" della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l'azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l'azione era stata effettuata "col pieno consenso della Federazione del partito". La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare "viva il fascismo internazionale", i partigiani osovani "figli di papà" che "giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti"), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell'accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche.

Il "comandante" Pertini

Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l'espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un'inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d'inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all'ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo.
Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell'ottobre 1951, davanti alla Corte d'Assise di Lucca, dove era stato trasferito per "legittimo sospetto" e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d'appello si svolse a Firenze tra l'1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all'ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent'anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all'ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L'ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent'anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all'estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all'eliminazione di "spie e traditori".
Le inchieste e l'interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l'ordine dell'azione a Porzus? E l'ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l'atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l'apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi - Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l'odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l'opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell'Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un'intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: "L'ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni". Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l'ordine dell'azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l'irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all'eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un'ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di "passacarte", perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c'è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L'ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L'Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un'inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all'epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell'epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

Bibliografia
  • Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli - Ed. La Pietra, Milano 1975
     
  • Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan - Ed. Kappa Vu, Udine 1997
     
  • L'Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi - Ed. Rizzoli, Milano 1983
     
  • L'esercito di Salò, di Giampaolo Pansa - Ed. Mondadori, Milano 1970
 

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