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VIA RASELLA: EROISMO O TERRORISMO?

 

Per chi non fosse a conoscenza dei fatti che si svolsero in Via Rasella, riporto una ricostruzione che ritengo sia la più vicina alla realtà.

   

Santuario di Pietralba. Siamo quasi sul confine tra Alto Adige e Trentino. La stanza degli ex voto ha le pareti tappezzate di quadri e quadretti: santi, madonne, ma anche scene di incidenti, cadute, immagini di ammalati con le braccia fasciate o infilati in un letto. E poi stampelle, occhiali, caschi da motociclista. Un quadretto circondato di nero riporta un lungo elenco di nomi e date di nascita. Sembra sottrarsi in qualche maniera alla logica degli altri ex voto. Voglio dire, solitamente si ringrazia il Cielo per una grazia ricevuta. Quel quadretto, invece, riporta un elenco di trentadue persone morte. A Roma, il 23 marzo del 1944.

Questa storia comincia dopo l'armistizio dell'8 settembre. L'Italia "scarica" a sorpresa la Germania. Ma per i tedeschi il segreto dell'armistizio è solo il segreto di Pulcinella, anzi "Das pfeifen die Spatzen schon vom Dach", come dicono loro. Così già due giorni dopo viene costituito l'Alpenvorland, il Trentino e l'Alto Adige vengono in tutto e per tutto assoggettati al potere nazista. Tra le altre cose, si presenta la necessità di costituire dei corpi di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico. Vengono così formati il Corpo di Sicurezza Trentino, il suo corrispondente altoatesino, il S.o.d., e i Polizeiregiment. Italiani che combattono per i tedeschi. Tanti corrono ad arruolarsi perché convinti di scongiurare così il pericolo di essere mandati al fronte, altri perché convinti sostenitori del nazismo, altri solamente perché costretti a prendere atto della propria volontarietà.
L'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen è formata da 156 uomini. Quasi tutti contadini o artigiani della valli dell'Alto Adige; hanno attorno ai quarant'anni e sono comandati dal tenente Wolgasth, un prussiano tutto d'un pezzo, una carogna secondo i suoi soldati che gli affibbiano il nomignolo di "Vollgas", Tuttogas, perché si diverte a farli schiattare di fatica. Il battaglione lo dirige un boemo, tale Dovek. Sì, perchè i posti di comando sono preclusi agli altoatesini, che in fondo – piaccia o no – sono pure italiani. Dovek e Tuttogas non devono avere una grande opinione dei loro soldati; l'appellativo più gentile che riservano alla truppa è "Holzkoepfe", teste di legno. Non hanno digerito di essere stati assegnati a quel battaglione, a quelle schiene curve abituate a salire su per i sentieri della Val Venosta e dei passi dolomitici, a quella gente di montagna per natura così pacifica e poco incline alla marzialità militaresca.

Per questo l'addestramento è particolarmente duro. Bolzano e poi Colle Isarco. E da sopportare non ci sono solo la disciplina e la fatica fisica, ma pure l'umiliazione psicologica messa in atto dai comandi. "Traditori", "maiali", "bastardi" e altre della stessa marca. A quelle reclute non viene perdonato il fatto di essere così poco tedesche, di non sapere addirittura, come nel caso dei ladini, parlare il tedesco.
Loro, le reclute, malsopportano. In fondo, a quanto ne possono sapere, tutto quello assomiglia tanto ad un secondo servizio militare, fatto con una divisa diversa, per una nazione diversa, con tanto di giuramento che viene pronunciato il 28 gennaio. Pochi giorni dopo il Battaglione è trasferito a Roma, con mansioni di sorveglianza.
Per chi sperava di rimanere in Alto Adige non è certo una bella notizia. Anche perché Roma, in quei giorni, dovrebbe essere, in teoria, una "Città Aperta", cioé immune ad ogni tipo di combattimento, ma di fatto è il teatro di un braccio di ferro tra i nazisti e le bande partigiane. Pare che i muri della città siano tappezzati di manifesti tedeschi. Vi si può leggere una frase terribile, ma molto, molto chiara, che non può lasciare spazio agli equivoci: ogni aggressione contro i militari tedeschi da parte di civili sarà punita con dieci vittime italiane per ogni vittima tedesca.
Il Polizeiregiment Bozen viene acquartierato nelle soffitte del Viminale. Da lì, tutte le mattine, l'undicesima compagnia si reca marciando al Foro Mussolini, per svolgere le esercitazioni. Dovek, al seguito in automobile, non si accontenta di esporre le "teste di legno" agli attacchi partigiani. Pretende che si facciano sentire, che cantino come tanti galletti pettoruti, che si mostrino entusiasti di servire il Reich. Come delle vere esse-esse.

***

Ci sono giorni che nascono già gonfi di presentimenti, pieni di segni; tanto che già al mattino ti convinci di aver capito cosa accadrà di lì fino a sera. Come quei pessimi film in cui si intuisce da subito che fine farà quell'attore, dato che si porta scritto la parola "morte" sulla fronte.
Il 23 marzo 1944 è un giorno speciale. Ricorre il venticinquesimo della fondazione dei Fasci di Combattimento, antesignani del fascismo. In città è prevista una manifestazione. La si farà al chiuso, in un teatro, per motivi di sicurezza. I nazisti temono attentati dimostrativi che spingano la popolazione romana ad insorgere.
Anche Giorgio Amendola conosce l'importanza di quella ricorrenza. Il futuro deputato comunista è a capo dei Gruppi di Azione Patriottica nella capitale, i Gap, e li ha già incrociati questi militari un po' curvi, così poco tedeschi, che cantano come deficienti per le strade di Roma. Sì, li ha visti vicino a Piazza di Spagna, recandosi al nascondiglio di Alcide Degasperi. Amendola ordina ai Gap di studiare un piano per attaccare quella Compagnia.
I soldati dell'undicesima sono contadini che di tattica e strategia sanno ben poco. Per loro è già stato abbastanza traumatico passare dai prati della Val Badia, alla soffitta del Viminale. Però, qualcosa riescono a notarla. Le guardie sono raddoppiate, le strade di Roma al contrario degli altri giorni sono praticamente vuote. E poi i sottufficiali, e anche Tuttogas e gli altri, vengono convocati a rapporto, in cima alla compagnia, mentre, con due strane ore di ritardo, l'ultima marcia è già cominciata.
In mezzo a questi inquietanti segnali, l'undicesima si avvicina a Via Rasella. E' strano, ma neppure Dovek sembra lo stesso. Pare agitato, continua a fare su e giù con l'automobile. E non li fa cantare. Anzi, sì. Sentilo adesso come urla: "Ein Lied! Schweine!".

I plotoni della compagnia sono quattro. La bomba esplode mentre è appena transitato il secondo. Dodici chili di tritolo pressati in un contenitore di ghisa, a cui sono aggiunti sei chili di esplosivo e pezzi sfusi di ferro.
Dicono che in quel momento Alcide Degasperi fosse in compagnia di Amendola. Ad un certo punto la forte esplosione fa tremare i vetri. Amendola dice: "Sentito che botto?!". Degasperi risponde: "Eh, voi comunisti, una ne pensate e cento ne fate". Sembra un dialogo tra il divertito e il leggero.
A poche centinaia di metri, in Via Rasella, di divertente non c'è proprio nulla. A terra rimangono trentadue soldati, alcuni dei quali orrendamente mutilati. Ci sono alcuni morti civili, "effetti collaterali" li chiameremmo oggi. Tra loro un ragazzo di quattordici anni.
Il resto della compagnia sbanda. Com'è comprensibile c'è una gran confusione, urla, sangue, panico, paura. Anche perché non c'è un nemico contro il quale aprire il fuoco. Il nemico è nascosto, fuggito, volatilizzato. Ha tirato il sasso e ha nascosto la mano. I soldati allora dirigono l'attenzione verso l'alto, alle finestre dei palazzi di Via Rasella. La bomba deve essere arrivata da lì. Non c'è altra spiegazione. Un vecchio affacciatosi viene freddato da un militare. Dovek è sconvolto, corre fra i morti smembrati e i feriti urlando come un pazzo: "Correte, maiali, correte!"
Il tenente Tuttogas, invece, mantiene disumanamente la calma e aiuta i feriti a salire sulle ambulanze. In ospedale farà loro un incredibile regalo, un dono da vera star nazista: una sua foto con dedica.
Alla sera, Dovek irrompe come una furia nelle camerate del Viminale. Vuole che siano quei "maiali" a vendicare i compagni ammazzati dai terroristi. Urla, si sbraccia, scalpita come un cavallo. Nessuno fiata. C'è troppo dolore in quella soffitta. Dolore per i compagni morti e, più che mai, nostalgia di casa. I soldati rifiutano di eseguire l'ordine. Franz, Peter, Toni e gli altri sono cattolici. Proprio loro dovrebbero farlo? Loro che quando stavano a Bolzano e venivano trovati nelle chiese erano obbligati a tornare in caserma sulle ginocchia?

I soldati caduti in Via Rasella trovano sepoltura in un anonimo prato, su Monte Mario. Verranno poi trasferiti nel cimitero di Pomezia. Nessuno chiederà mai di poterli piangere.

***

Al Santuario della Madonna di Pietralba, fino a qualche anno fa, si recavano in pellegrinaggio i sopravvissuti della strage. Si trovavano davanti a quel quadretto circondato di nero, con i nomi dei compagni uccisi, e pregavano in silenzio. Un elenco di morti in mezzo a tanti ringraziamenti per una morte scampata soltanto. Perché? Forse perché per quei montanari dalla schiena curva, per quei ragazzi contagiati dalla follia della guerra non ci saranno mai discorsi, monumenti o giornate della memoria. Al massimo un quadretto circondato di nero, un elenco e una data: 23 marzo 1944.

Soldati del Polizeiregiment Bozen

QUANDO FINISCE UNA GUERRA?
Qui finisce la storia dell'undicesima Compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen, dei soldati tedeschi meno tedeschi di tutta la Seconda Guerra mondiale. Qui finisce il racconto di quello che Norberto Bobbio definì il più grande errore della Resistenza. O meglio. Qui ha deciso di farlo finire chi scrive.
Perché quando ci si occupa di storia contemporanea in questo Paese, comunque si espongano i fatti, è impossibile sottrarsi alle critiche; capita di prendersi del cretino solo perché si cerca di narrare seguendo la propria coscienza; succede di sentirsi rivolgere accuse infamanti solo perché si è convinti che il bene e il male non possono stare mai da una parte sola. Tanto vale seguire il proprio intento fino in fondo: raccontare la storia di quei soldati senza nominare gli autori della strage, né scrivere della tremenda rappresaglia che ne seguì. Si sappia solo una cosa. Le conseguenze di quello che accadde in Italia in quegli anni le stiamo pagando ancora oggi, in questo strano Paese in cui se non sei di destra, "ovviamente" sei di sinistra e se non sei nè di destra nè di sinistra e nemmeno di centro non sei nemmeno un uomo.
No. Nel racconto non ci sono giudizi, c'è solo la vicenda di questi poveri diavoli, vittime di un conflitto spaventoso, di una guerra civile che, cambiando più volte forma, ma mantenendo intatta la sostanza, è riuscita ad arrivare fino ai giorni nostri.

("Trentino", martedì 23 marzo 2004) - dal sito www.pinoloperfido.it/parole/parole/storie.html

 

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NICCOLO' MACHIAVELLI "Lo sviluppo economico"

 
Niccolò Machiavelli ne "Il Principe", a proposito del modo di favorire lo sviluppo economico e sociale, scriveva:

"Un principe deve fare in modo che i cittadini possano tranquillamente esercitare le loro attività nei commerci, in agricoltura e in ogni altro campo, così che nessuno debba temere di migliorare le sue proprietà per timore che gli siano tolte o di iniziare un'attività per paura delle tasse. Deve invece premiare chiunque voglia fare queste cose e chiunque voglia comunque sviluppare la città e lo Stato".

Tesi ancora valida e forse più adesso che nel 1513, anno in cui è stata scritta.

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Testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,

 al Congresso degli Stati Uniti

Washington, 1 marzo 2006.
 

«L'Italia è unita al vostro paese da legami che risalgono a molti secoli fa. Molti cittadini americani hanno origini italiane. Molti di loro hanno contribuito con il proprio lavoro a fare grande l'America. E sono orgoglioso di vedere che così tanti italoamericani sono oggi membri del Congresso della più grande democrazia del mondo. Per la mia generazione gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso economico. E sarò sempre grato agli Stati Uniti di avere salvato il mio paese dal fascismo e dal nazismo a costo di tante vite americane. Inoltre sono grato agli Usa di aver difeso l'Europa dalla minaccia sovietica negli anni della guerra fredda. E sarò sempre grato agli Usa di avere aiutato il mio Paese a raggiungere la prosperità dopo la guerra. Grazie per il piano Marshall. E sarò sempre grato agli Usa per l'alto prezzo di vite umane che continuano a pagare per garantire la nostra sicurezza nella lotta contro il terrorismo in tutto il mondo.

E non mi stancherò mai di ripetere che quando vedo la vostra bandiera non vedo solo la bandiera di un grande paese, ma vedo soprattutto un simbolo universale di libertà e di democrazia. Questi sentimenti hanno sempre ispirato i governi che ho guidato. Gli Usa hanno sempre potuto contare sull'Italia. Ne siamo profondamente orgogliosi. Sono 40 mila i soldati italiani impegnati in compiti esclusivamente di pace. In Afghanistan abbiamo il comando della missione Isaf e Nato. Nell'Iraq affianchiamo gli Usa nella difesa della libertà e della democrazia. Prima degli attentati dell'11 settembre si pensava che nulla avrebbe minato la nostra tranquillità. Nel 2001 presiedevo il vertice del G8 di Genova che si concluse con una cena cordiale tra i leader del mondo. Mi spostai un po' indietro dal tavolo per godermi la scena dei capi di Stato che discutevano serenamente tra loro: la tragedia della guerra fredda e della seconda guerra mondiale erano lontane, erano dimenticate. Pensai in quel momento che il mondo era veramente cambiato. Come era in pace il mondo che consegnavamo ai nostri figli.

L'11 settembre ha segnato l'inizio di una guerra completamente diversa rispetto a quelle che hanno insanguinato i secoli passati. Non una guerra tra stati, non uno scontro tra civiltà. Perché l'Islam moderato è al fianco delle democrazie occidentali. Che oggi si trovano di fronte all'attacco di organizzazioni fanatiche che colpiscono persone inermi e minacciano i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà. I governi democratici hanno un compito enorme: difendere i loro cittadini e garantire dalla paura. Questa è la nuova frontiera della libertà. Sono profondamente convinto che oltre al vostro impegno per salvaguardare questa frontiera serva l'alleanza di tutte le democrazie dei 5 continenti. Solo così riusciremo a liberare il mondo dal terrorismo internazionale e dalla paura dell'aggressione delle forze del male. C'è una teoria pericolosa, quella del relativismo, che pensa che alcuni popoli non possano trarre vantaggio della democrazia. La storia insegna che invece la democrazia è contagiosa. E voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale suscitatore di questo vento di libertà. Le previsioni dell'Onu ci dicono che ci sarà l'aumento della popolazione, 2 miliardi di persone che nasceranno in Paesi che oggi sono esclusi dal benessere. Ci saranno 6 miliardi di persone che vivranno nella povertà e dall'altra parte 2 miliardi che vivranno nel benessere. Si svilupperà necessariamente una forte pressione migratoria. Per evitare che queste masse siano strumentalizzate dal fondamentalismo è necessario fare uscire queste popolazioni dalla miseria. E' nostro dovere ma anche nostro interesse. E questo è possibile solo diffondendo la democrazia, gli stati di diritto, il rispetto dei diritti umani e un'economia di libero mercato. Solo con la democrazia si può garantire libertà e permettere ai popoli di mettere a frutto talenti ed energie e conquistare benessere. Dobbiamo impegnarci tutti insieme per diffondere la democrazia nel mondo. Ho sostenuto l'iniziativa del presidente Bush di istituire un fondo per la democrazia in seno alle Nazioni unite. Promuovere in tutti i Paesi la cultura dei diritti civili e delle libertà Per condurre vittoriosamente questa missione è necessario che i legami tra Europa e Usa si mantengano forti e solidi. E proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica presso i miei colleghi europei affinché l'Europa non indebolisse durante la vicenda irachena i propri legami con gli Stati Uniti d'America.

 L'identità dell'Europa non deve avvenire in contrapposizione dell'America. L'integrazione europea non deve essere una fortezza creata nell'illusione di conservare propria ricchezza e libertà. Un'Europa slegata dagli Stati Uniti comprometterebbe la sicurezza del mondo intero. L'occidente è uno solo, non ci possono essere due occidenti: l'Europa ha bisogno dell'America e l'America ha bisogno dell'Europa. Questo è vero sul piano economico, sul piano militare. E sul piano militare è fondamentale sostenere e rinvigorire l'alleanza atlantica, che per più di mezzo secolo ci ha garantito la pace nella libertà. Proprio per queste ragioni mi sono battuto affinché si desse vita al Consiglio Nato con la Russia, coinvolgendo la Russia nell'architettura del mondo libero. Sono orgoglioso di avere lavorato con il presidente Bush affinché questo avvenisse. E che questo abbia trovato consacrazione proprio in Italia allo storico vertice di Pratica di Mare nel 2002: quel giorno ha messo fine all'incubo durato più di mezzo secolo dell'annientamento reciproco tra due blocchi armati. La Nato deve restare lo strumento per garantire la nostra sicurezza: le nostre capacità di difesa europea devono essere complementari a quelle della Nato. Nato e Comunità Europea devono essere gli strumenti per garantire la sicurezza del mondo globalizzato. Le Nazioni Unite dovranno ritrovare, attraverso un processo di riforma, il loro ruolo centrale per diventare più efficienti e per essere capaci di affrontare le sfide del nuovo Millennio Permettetemi di concludere il mio intervento condividendo con voi una breve storia.

Un giorno un padre accompagnò il figlio a un cimitero in cui riposavano soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà. Quel padre fece promettere a suo figlio di promettere riconoscimento eterno a quegli uomini e ai valori da essi rappresentati. Quel padre era mio padre, quel figlio ero io. E quella promessa non la dimenticherò mai».

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DEFICIENTI O IN MALAFEDE?

di VITTORIO FELTRI - LIBERO

3 marzo 2006

 

Le reazioni di Prodi, Fassino e compagni all'incontro Berlusconi-Bush sono allucinanti. Parlano loro che hanno sempre osannato dittatori sanguinari

 

A volte non c'è nulla di più incredibile della realtà. Leggo le dichiarazioni della sinistra sulla visita ufficiale di Berlusconi negli Stati Uniti, sul suo discorso al Congresso, e allibisco. I compagni di merende, i fidanzati di Unipol, di Consorte, i nipotini stolidi di Stalin deridono il premier perché laggiù, oltreoceano, ha ribadito fedeltà all'ex Patto atlantico, all'alleanza tra Paesi occidentali basata sull'amore per la democrazia e la libertà. In due parole, il loro antiamericanismo viscerale, irrazionale, è emerso con virulenza in questa circostanza: odio per Bush e per il suo amico Cavaliere. D'altronde siamo in campagna elettorale, obietterà qualcuno, e i disperati legionari di Prodi non posseggono altre armi all'infuori della rabbia e dell'invidia nei confronti di chi ha vinto la guerra fredda. Ma ciò non basta a giustificare l'esplosione di rancore che caratterizza i commenti alla performance berlusconiana nelle terre lontane d'America.

C'è qualcosa di più. C'è una sorta di imbecillità, un complesso di inferiorità degli ex marxisti frustrati dalla sconfitta e dall'incapacità di risalire la china. Fa pena la sinistra italiana; e suscita disgusto. Un titolo del Corriere della Sera di ieri è istruttivo. Sentite: "L'Unione accusa: una vergogna per il Paese". La vergogna sarebbe Berlusconi che davanti al Congresso ha parlato in modo sobrio e convincente della gratitudine italiana per quanto gli Usa hanno fatto, con sacrifici umani, allo scopo di restituirci la libertà dopo la tetra parentesi nazifascista. Come si fa a dire certe bestialità? L'autentica vergogna sono loro, gli ex comunisti e i loro amici opportunisti, che da una vita marciano contro gli Stati Uniti, ne contestano la politica e le scelte internazionali in difesa della democrazia. La vergogna sono i no global, gli ammiratori di Fidel Castro, di Marcos; sono quelli che si schierarono con Stalin, con Kruscev, con Breznev e non batterono ciglio nel costatare l'invasione dell'Ungheria, della Polonia, della Cecoslovacchia, l'aggressione dei carrarmati alla gente che si ribellava all'oppressione della falce e martello, dell'imperialismo sovietico, e rimasero indifferenti ai morti ammazzati dall'Armata rossa, alle cataste di cadaveri nelle strade di Budapest e di Praga.

Come si fa a dare addosso a Berlusconi applaudito dal Parlamento statunitense? Come fa Fassino a dire del Cavaliere: uno scolaretto intimidito da Bush, solo perché il premier è stato accolto con onore nella capitale del Mondo? Come fa Diliberto a dire: Berlusconi fa schifo perché ha stretto le mani insanguinate del presidente americano reo di aver risposto ai terroristi delle Torri gemelle con la dovuta energia? Deprimente. E Prodi? Anche lui, ex ministro del governo Andreotti, democristiano molliccio e sudaticcio, si è associato al coro conformista ostile non tanto al Cavaliere, il che rientra nella prassi un po' idiota della propaganda elettorale, quanto alla Casa Bianca, alla sua volontà di non soccombere agli assassini del fondamentalismo islamico dilagante e crescente.

Bisogna avere la faccia come il culo a predicare contro Washington quando si hanno alle spalle settanta anni di sudditanza a Mosca, di ossequiosa ubbidienza ai suoi ordini. A proposito. Leggetevi l'articolo di Renato Farina, oggi su Libero, nel quale egli descrive i legami dei nostri connazionali comunisti con la loro patria sovietica. Prima di aprire la bocca, i Fassino, i D'Alema, i Diliberto e gli altri eredi dello stragismo rosso dovrebbero sciacquarsela con un distillato di democrazia americana. Anzi. Invece di concionare, vadano a nascondersi per aver aderito all'Utopia, questa sì intrisa di sangue, che squassò il mondo e in parte ancora lo squassa. Rammentino, anche i ribelli all'acqua di rose del Manifesto, le simpatie per Mao, per la rivoluzione culturale cinese che fece più vittime della peste. Rammentino il loro amore per massacratori alla Pol Pot; rammentino la squalificante pagina del Vietnam.

E non diano lezioni a Berlusconi né ad altri che hanno scelto di stare assieme all'Occidente (con tutti i suoi difetti) piuttosto che accanto ai progettisti dei gulag, agli sterminatori dei kulaki. Niente lezioni, da loro. Stiano zitti. Spariscano. Si travestano. Si buttino nel Tevere. Purché la smettano di insegnare ad altri ciò che non conoscono né mai conosceranno per disonestà intellettuale: la coerenza. Non possono dire a Berlusconi, infatti, che è uno scolaretto intimidito da Bush, loro che parteciparono in massa ai funerali di Breznev, furono legati a Gorbaciov fino all'ultimo istante, si accorsero del crollo del muro di Berlino solamente nell'istante in cui gli crollò in testa. Meglio essere filoamericani che essere stati filosovietici o filocinesi o filovietnamiti.

I casi sono due. O i comunisti erano in malafede o deficienti. Negli anni "fulgidi" della dittatura del proletariato, qualunque fesso si recasse in un Paese dell'Est ovvero d'Oltrecortina, foss'anche solo per andare a caccia (nella confinante Iugoslavia), quando tornava in Italia e si precipitava al bar Sport per raccontare la sua avventura agli amici, manifestava con ricchezza di particolari il proprio orrore per le nefandezze viste. Chiunque si recasse in Ungheria con la valigia piena di calze di nylon onde godere delle grazie d'una fanciulla magiara si rendeva conto della follia e sgangheratezza comuniste; chiunque tranne loro, i compagni. Non ci vengano ora a dire che ignoravano. Ma quale ignoranza. Fingevano di ignorare. Chiudevano gli occhi e gli orecchi pur di continuare a coltivare il sogno scemo del collettivismo.

Deficienti o in malafede? Opterei per la seconda ipotesi. Lo dico per salvare la loro intelligenza. Me ne siano grati. Chiedo una piccola cortesia: giù dalla cattedra. Non ci insegnino come si fa a essere liberali. Non pretendano di dare del coglione a Bush e a Berlusconi. Coglioni siete voi, ex comunisti della malora. E se vi capita di incontrare il Cavaliere o il presidente americano toglietevi rispettosamente l'elmetto; gettate la falce e il martello. Avete incassato miliardi di rubli in cambio del vostro tifo per gli assassini. Eravate alleati dell'Urss mentre il nostro Paese, l'Italia, era alleato degli Usa. Eravate la quinta colonna sovietica in casa nostra.

Questa si è vergogna. Berlusconi forse non è nessuno, di per sé, ma se si paragona a voi pistolini di Stalin e di Breznev, è un gigante. Pedalare, compagni, pedalare. Magari vincerete le elezioni, perché il comunismo è una malattia mentale inguaribile, però la storia vi ha già condannati; state giusto bene accanto ai terroristi iracheni, ai palestinesi delle bombe umane nelle discoteche d'Israele, ai demolitori delle Torri gemelle, ai cinesi delle esecuzioni con colpo alla tempia, ai lacché di Castro, ai fondamentalisti musulmani tagliatori di teste.

A ramengo.

 
NOTA: Andando al potere Prodi ha girato la schiena agli alleati comunisti ed alle loro dichiarazioni. Lo si può notare dal sorriso "compiaciuto" con il quale stringe la mano di Bush. (vedi foto)
 

Questa è la lettera molto illuminante scritta a Feltri da un lettore

 

Egregio direttore, lei è veramente un essere squallido, un reazionario disonesto e pieno di soldi fino al collo grazie all'ignoranza del popolo coltivato dalle televisioni berlusconiane. Sputa addosso ai miei ideali e a quelli di tanta gente che ha cercato di costruire un mondo migliore. Che ne sapevamo noi di Pol Pot? Si ricordi che quando combattevamo per il pane della povera gente, i suoi americani buttavano il napalm sui bambini vietnamiti. Si vergogni. Le scrivo perché almeno faccio qualcosa per occupare le mani, se no a lei e al suo degno compare di sacrestia, una bella schiarita alle idee a # non gliela levava nessuno. Ricaverà da questa frase l'idea che i comunisti sono i soliti violenti. Tranquillo, un posto allo zoo con delle belle banane, glielo riserveremo volentieri.

Gino Ferrari - email

 

Commento di Feltri

 

Ho scelto questa lettera fra le centinaia ricevute a commento del mio articolo di ieri perché è l'unica critica, si fa per dire. Tutte le altre esprimono opinioni favorevoli alla mia. Di solito, se la stragrande maggioranza dei lettori è d'accordo con me, mi domando dove ho sbagliato. Stavolta non è così. Sono contento di aver messo il dito nella piaga. Il problema è il solito. Che diritto hanno comunisti e ex comunisti di impartire lezioni di democrazia e liberalismo, loro che poveracci hanno creduto decine di anni nella dittatura del proletariato e idiozie simili, adorato Lenin e Stalin, Kruscev e Breznev, Mao, Pol Pot, Marcos e Fidel Castro? Ebbene, l'autore della lettera pubblicata, sorvolando su queste quisquilie mi copre d'insulti: squallido, reazionario, disonesto e arricchito, tanto per citare alcuni elementi di spicco del suo nobile frasario. Ciò è la dimostrazione che comunisti si diventa e quasi sempre si rimane, difficilmente rinunciando ad ammettere l'errore e a scusarsene. Figuriamoci. Gino Ferrari scrive a Libero per dire: che ne sapevamo noi di Pol Pot? Ovvio, loro, maestri di etica marxista, uomini di moralità superiore, raffinati intellettuali, ignoravano chi fosse e cosa facesse Pol Pot. Confondevano Pol Pot con pop corn. Non sapevano quanto avvenisse nei gulag. Consideravano Stalin un grande statista. Applaudivano ai carrarmati che schiacciavano la sollevazione degli ungheresi. Non dissero una parola quando Kruscev denunciò gli orrori del suo predecessore; non fiatarono quando la Polonia fu aggredita da Mosca; balbettarono quando Praga venne invasa dai sovietici allo scopo di ristabilire l'ordine rosso. Già, si trattava di impedire ai cecoslovacchi ovvero ai reazionari disonesti di strappare il potere al popolo. I comunisti italiani, pur con qualche distinguo, non si staccarono mai da Mosca. Ne seguirono gli ordini fino all'ultimo e ne percepirono i finanziamenti con la disinvoltura di chi è persuaso di essere dalla parte della ragione. Negli anni Settanta i Consigli comunali di Milano e Roma, e perfino quelli di Fiorano e di Caronno Pertusella, approvavano mozioni in favore dei vietcong e contro l'intervento degli imperialisti americani. Le Brigate rosse, che gambizzavano e uccidevano, erano giudicate con benevolenza: compagni che sbagliano, sottolineava la stampa (tutta) di sinistra. Ogni sabato (...)(...) un corteo di studenti dal cervello sconvolto; sprangate in testa a chi avesse in mano il Giornale di Montanelli e la Notte di Nutrizio; prima monetine poi cubetti di porfido addosso alle Forze dell'ordine; giudici e giornalisti giustiziati per strada; università e fabbriche occupate; picchetti firmati Cgil. Eccoli i frutti del comunismo, del lottacontinuismo, di Potere operaio, Prima Linea, gentaglia con la bava purpurea alla bocca; espropri proletari; rapimento e uccisione di Aldo Moro, piagnone barese, ma innocente. Attacchi all'Amerika. Attacchi alla Dc. Quel pistola di Paolo Pasolini, stroncato da un gay prostituto, venerato quale santone progressista, scrisse sul Corriere che bisognava processare la Democrazia cristiana in piazza. Il commissario Calabresi fu assassinato un giorno d'autunno perché i cretini di Lotta (supportati da Panorama e l'Espresso), e non solo loro, sostenevano che egli avesse gettato Pinelli da una finestra della Questura. Robe da matti. I signorini compagni odiavano Reagan e idolatravano Breznev. L'intellighenzia ubriaca della sinistra e dell'extrasinistra godeva davanti alle stragi educative della Rivoluzione culturale cinese. Era opinione diffusa, in questa Italietta inebetita dalla falce e martello, che il comunismo fosse una macchina perfettibile eppure una bella macchina, mentre il capitalismo una carretta destinata ad autodistruggersi; nelle redazioni dei giornali se non eri almeno simpatizzante del Pci venivi guardato con disprezzo e ostacolato nel lavoro; Walter Tobagi che, nonostante tutto, riuscì a emergere fu ammazzato da una banda di figli di papà (assoldati chissà da chi) una mattina di maggio. Naturalmente la responsabilità del casino nazionale era addossata ai fascisti (nonostante il Msi avesse il quattro per cento dei voti) o alla Dc. Nessuno ci faceva caso: dopo ogni strage (Piazza Fontana, treno Italicus e stazione di Bologna) attribuita ai democristiani o ai neri, il Pci avanzava e gli altri indietreggiavano.

Cui prodest, a chi giova?, si domandavano gli scribi democraticamente avanzati. Appunto. A chi giovava se non ai rossi? In quegli anni ne abbiamo viste di tutti i colori, ma predominava il vermiglio. Il mondo era spezzato in due spicchi: comunisti contro capitalisti. I comunisti hanno fatto la fine che meritavano, morti suicidi. Ma i superstiti seguitano a sentirsi migliori, buoni, quelli che combattevano e combattono a fianco della povera gente. Non smettono di vantarsi. Date un'occhiata a Fassino, ai vari Fassini della Quercia. Soloni. Se la tirano da soloni. Loro, che si sono inginocchiati dinanzi a qualunque dittatore sanguinario, sfottono Berlusconi e tutti noi perché siamo con l'Occidente, noi consapevoli dei limiti dell'uomo, ma anche consapevoli che l'uomo comunista se non è delinquente è stato con i delinquenti dei quali ha condiviso idee aberranti e maialate contro l'umanità. Con quale coraggio sono ancora in giro a predicare la virtù. Quale virtù? Statevene zitti. Nessuno di noi vi rinchiuderà nei gulag. Noi i gulag non li abbiamo. Andate in moschea, se volete stare con quelli che vi piacciono. In ginocchio lo siete già. Buon ramadam, compagni.

 

NOTA PERSONALE: Il lettore da ciò che scrive deve avere una certa età. Mi chiedo se le sue battaglie hanno creato un mondo migliore, se hanno risolto il problema del pane per la povera gente. E come mai quando è venuto a conoscere le opere di Pol Pot e degli altri personaggi della stessa risma, che portavano avanti i suoi ideali, non ha cambiato compagnia?

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LA REPUBBLICA NATA CON I VOTI DEI FASCISTI

di Marcello Veneziani

02 giugno 2006
 

Dopo l'Iraq sono arrivati a chiedere il ritiro   delle   truppe italiane dall'Italia.  Basta con il 2 giugno e con la parata militare,dicono infatti i compagni al governo. No, facciamola ancora anche per non far vedere che sono arrivati i no global al governo, rispondono gli ex compagni al governo. Ma no, facciamola in sordina, concludono i semi-compagni della mediazione.
La Repubblica italiana compie sessant'anni ma c'è chi non vorrebbe celebrare secondo la consuetudine non solo italiana di una festa solenne con sfilata. Siamo arrivati al ritiro delle nostre truppe da Roma, oltre che dall'Iraq e da Kabul. Un Paese davvero all'altezza della sua memoria storica e dei suoi compiti presenti e futuri... Siamo arrivati al ritiro dell'Italia dalla sua storia e persino dall'atto di nascita della Repubblica italiana.

A sostenere la rimozione del 2 giugno non è un manipolo di monarchici che ancora contestano le elezioni del '46 e il verdetto antisabaudo; ma gli alleati dell'Unione, a cominciare da verdi, pacifisti e comunisti. Con un tempismo perfetto da galline in fuga, mentre Prodi annuncia il ritiro dall'Iraq, generando un orgasmo in Camera a Bertinotti, i suoi alleati chiedono il ritiro dei soldati italiani da Roma. Insomma, la nascita della Repubblica si può anche dimenticare; la guerra civile invece, il 25 aprile, va celebrata in pompa magna con cortei, partigiani e parate di ogni tipo, compresa la gogna alla Moratti. La festa dell'Italia si può mandare tranquillamente in serie B, come se avessimo rubato oltre lo scudetto anche la Repubblica; invece la festa del sindacato, ovvero il primo maggio, esige cortei, comizi solenni e concerti, compresa la gogna alla Moratti. Consiglio alla Moratti di sfilare da sola il due giugno, magari in divisa militare; tanto loro non verranno.
Vi parlo del 2 giugno per la ragione contingente che vi ho detto, e perché mi hanno chiesto di parlarne il 21 maggio scorso, a Gorizia nell'ambito del convegno "La storia in testa". Ne parlai in coda, perché la memoria del 2 giugno mi pare che sia più nella coda che nella testa degli italiani. Coda di paglia, probabilmente, se si considera che un serio viaggio, spietato e autocritico, non retorico o ideologico, nella nascita e sviluppo della   Repubblica   italiana non l'abbiamo ancora fatto.

Provo a partire da due tre eresie, che magari sconcerteranno i lettori. La prima è suggerita dal titolo della conversazione voluto dagli stessi organizzatori: dal fascismo alla Repubblica: continuità dello Stato? È un titolo sconcio ma vero. L'apparato dello Stato ha retto all'urto di un doppio trauma, quello della caduta di un regime nel passaggio alla Repubblica dei partiti, e ad una guerra lacerante, comprensiva di guerra civile, grazie a quella continuità. Una continuità di uomini, strutture e leggi. Se ne accorse pure Togliatti che fu il primo garante di  quella  continuità,  con l'amnistia agli ex fascisti e con la difesa del codice Rocco e dei patti lateranensi. Ma fu garante pure De Gasperi che fondò lo Stato democratico sugli uomini, le leggi e l'etica dell'ancien  regime. Magistratura, dirigenti, militari e carabinieri, impiegati e professori. Ma anche economia pubblica e parastato. Se superammo la prova del passaggio fu anche e soprattutto per merito di un apparato forte, di un ceto pubblico educato al senso dello Stato, al decoro e al senso etico della propria missione.

E quando non erano fascisti, erano monarchici e conservatori. Perfino la Costituzione trasferì nel linguaggio democratico e antifascista quei fondamenti sociali e nazionali, quel richiamo all'umanesimo del lavoro e alla solidarietà, alla famiglia e al senso delle istituzioni che aveva quella oscena origine. Perché  lo   Stato   italiano, piaccia o non piaccia, si radicò nel popolo e nelle istituzioni soprattutto tra l'interventismo nella Prima guerra mondiale e la tragedia della Seconda guerra mondiale. 

Possiamo aggiungere che abbiamo vissuto di rendita e d'inerzia nei decenni seguenti e che il senso dello Stato e perfino della Repubblica italiana, della scuola e delle istituzioni, ha retto fino a che è durato quello spirito, quella generazione, quell'impronta? Certo, c'erano state prima la Destra storica e la Sinistra risorgimentale e garibaldina; ma le grandi leggi e i grandi codici, le grandi opere, le grandi strutture sociali e previdenziali, il grande Stato e soprattutto la sua nazionalizzazione, la partecipazione popolare, crebbero proprio là, all'ombra infausta di una dittatura, nel segno del nazionalfascismo. Ciò non diminuisce di una virgola le colpe del regime, gli errori gravi, la fine della libertà e la sciagurata idea di entrare in guerra. Ma la storia non si può cancellare. 

Nell'arco di 60 anni, abbiamo avuto decenti e indecenti governi, ma una vera e propria riforma degli apparati statali non c'è mai stata; solo accrocchi e storture. È cresciuto lo statalismo di pari passo con il declino del senso dello Stato. È migliorato il livello di benessere, ma è peggiorato il funzionamento delle istituzioni. Sono cresciuti i servizi almeno quanto i disservizi. È cresciuta la corruzione, il parassitismo pubblico, il malaffare.

È migliorato il Paese, non il suo Stato. Ha fatto passi avanti la società, non la Repubblica. Vivono meglio gli italiani, non l'Italia. Forse non hanno torto a voler nascondere le 60 candeline del suo compleanno, il 2 giugno.
Ultima, grottesca eresia: il 2 giugno festeggiamo la Repubblica, ma dovremmo ricordarci che fu decisivo il voto antimonarchico dei fascisti, quelli che potevano votare e che votarono contro il "Savoia traditore", magari persino nel nome della Repubblica sociale.

No, questa è troppo, cancellala. Sarà, ma rispondetemi guardandomi negli occhi: è falsa o è solo sconveniente? Non è veritiera e verificabile o è solo impronunciabile? Meglio la cruda verità che la stracotta menzogna. Altrimenti diamo ragione a quei monarchici che cantavano:

«II 2 giugno è nata una puttana / e fu chiamata repubblica italiana..."

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MARX – Chi era costui

 

Brevissima biografia del grande filosofo tedesco che ha teorizzato nel “Capitale” le fondamenta del comunismo:

 
  • Da studente si dà alla vita godereccia e bohémienne che preoccupa la famiglia. Condannato per ubriachezza e schiamazzi notturni, trascorre perfino un giorno in prigione.

  • Conduce una vita in modo disdicevole e senza dignità, sempre in cerca di soldi. Non ha lavorato mai, tutta la sua conoscenza nel mondo del lavoro deriva dalle esperienze altrui.

  • Sposa una ragazza che appartiene ad una famiglia aristocratica tedesca. Marx sopravvive per un pò grazie a qualche eredità presto dissipata!

  • Per anni é assillato dai debiti. Costringe la sua famiglia ad una vita molto difficoltosa. Le due figlie si tolsero la vita per la disperazione.

  • Per fortuna ebbe due benefattori, un amico, Federico Engels e uno zio industriale, Lion Philips, quello del famoso marchio, che lo hanno finanziato.

  • Marx aveva il grande progetto di mettere ordine nelle cose del mondo, ma non riuscì a tenere in ordine neppure a casa sua.

A CONFERMA DEL DETTO: “CHI NON SA FARE, INSEGNA”
 
Due frasi celebri di Marx:

- Che le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo. (Settant’anni di comunismo in URSS hanno regalato ai proletari morte e miseria).

- La religione é l'oppio del popolo. (Il comunismo avrebbe voluto sostituirla, ma non c’è riuscito).

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ABBIE HOFFMAN E I SUOI YIPPIES

 
Certo, eravamo giovani.
Eravamo arroganti.
Eravamo ridicoli.
Eravamo eccessivi.
Eravamo avvelenati.
Eravamo sciocchi.
Ma avevamo ragione.
 
PECCATO CHE CON LA RAGIONE NON HANNO COMBINATO NULLA

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LIBERTA' E TIRANNIA

 
Le parole di Platone scritte più di 2.000 anni fa sono e saranno sempre valide.
 

“…Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo coppieri che gliene versano quanto ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono sono dichiarati tiranni.

E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti, la stessa considerazione dei vecchi, e questi per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani.

In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno.

In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta:

LA TIRANNIA”

 
[PLATONE - 427-348 a.C. - La Repubblica, libro VIII]

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ABRAMO LINCOLN

al popolo americano

 
NON SI PUO’ ARRIVARE ALLA PROSPERITA’ SCORAGGIANDO L’IMPRESA.
 
NON SI PUO’ RAFFORZARE IL DEBOLE INDEBOLENDO IL PIU’ FORTE.
 
NON SI PUO’ AIUTARE CHI E’ PICCOLO ABBATTENDO CHI E’ GRANDE.
 
NON SI PUO’ AIUTARE IL POVERO DISTRUGGENDO IL RICCO.
 
NON SI POSSONO AUMENTARE LE PAGHE ROVINANDO I DATORI DI LAVORO.
 
NON SI PUO’ PROGREDIRE SERENAMENTE SPENDENDO PIU’ DEL GUADAGNATO
 
NON SI PUO’ PROMUOVERE LA FRATELLANZA UMANA PREDICANDO L’ODIO DI CLASSE.
 
NON SI PUO’ INSTAURARE LA SICUREZZA SOCIALE ADOPERANDO DENARO IMPRESTATO.
 
NON SI PUO’ FORMARE CARATTERE E CORAGGIO TOGLIENDO INIZIATIVA E INDIPENDENZA.
 

NON SI PUO’ AIUTARE CONTINUAMENTE LA GENTE FACENDO IN SUA VECE QUELLO CHE  

                         POTREBBE E DOVREBBE FARE DA SOLA.
 

Analizzando attentamente le parole di Lincoln ci si rende conto che sono diametralmente opposte alle regole dell'ideologia comunista.

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COSA SIGNIFICA ESSERE STATO COMUNISTA

 

Dal libro "Prigionieri del silenzio" di Gianpaolo Pansa

 

«Ma io avrei un'ultima domanda (a Pansa). Gliela propongo così: secondo lei, Scano (comunista, protagonista del libro) ha buttato via la propria vita o no?»

Fissai Pastorino, perplesso. Poi tentai di sottrarmi all'invito: «E` un quesito troppo grande per me. Non credo di avere la capacità di affrontarlo».

Ma il professore non lasciò la presa. E m'incitò: «Non si nasconda dietro una finta modestia. E provi a rispondere».

Rimasi in silenzio per qualche minuto, cercando di mettere un po' d'ordine nelle mie idee confuse. Alla fine replicai: «Se penso all'utopia che Scano ha inseguito per anni, il comunismo, con gli orrori, i delitti e le miserie provocati da quella falsa idea di progresso, da quel mito ingannatore, ebbene la risposta non può che essere una sola: sì, Andrea ha sciupato la propria esistenza, ha combattuto e sofferto per una chimera che non meritava i molti tormenti patiti».

 

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