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QUESTA E' UNA RASSEGNA DI ALCUNE SENTENZE CHE EVIDENZIANO COME A VOLTE LA GIUSTIZIA ITALIANA NON VENGA AMMINISTRATA BASANDOSI SULL'APPLICAZIONE DI PRECISE LEGGI MA SULLA LORO INTERPRETAZIONE CERVELLOTICA ED INCOMPRENSIBILE PER I COMUNI MORTALI.
ANCHE SE CIO' NON VALE PER TUTTA LA MAGISTRATURA, MA SOLO PER UNA PICCOLA PARTE DI ESSA, SI SA CHE UNA MELA MARCIA IN UN CESTO DI MELE SANE, SE NON VIENE TOLTA, PUO' DIFFONDERE IL MARCIUME.
CHI HA LA SVENTURA DI SUBIRE UN "RARO CASO DI MALAGIUSTIZIA"  NON SI CONSOLA CON LE STATISTICHE.
 
 
 
 
LA SITUAZIONE ITALIANA
 
I giudici italiani sono 1,39 ogni diecimila abitanti, contro la media dello 0,91 degli altri Paesi europei.
L' Italia occupa il 155 posto su 178 Paesi esaminati per l'efficienza della giustizia (rapporto annuale 2007 della Banca Mondiale)
I processi durano mediamente 116 mesi in Italia, contro i 34 mesi dell' Austria, ad esempio, con un peggioramento anno dopo anno.
Dal 1975 al 2004 la durata delle cause civili è aumentata del 90% (relazione dell'anno 2007 del presidente della Corte di Cassazione)
Tra il 1999 e il 2007 la Corte europea ha condannato l'Italia 948 volte per non aver rispettato i tempi di un giusto processo.
Questo corrisponde ad una sentenza contro l’Italia emessa ogni tre giorni.
Solo nel 2007 sono stati pagati 56 milioni di danni per MALAGIUSTIZIA (1 euro per ogni italiano).
Le cause pendenti in Italia sono 8 milioni: 5 milioni di cause civili e 3 milioni di cause penali.
Si calcola che in ogni causa sono coinvolti almeno in 2, significa che 16 milioni di italiani hanno cause in corso (1 ogni 4 abitanti).
 
E QUANDO SBAGLIANO?

Solo lo 0,6 per cento dei magistrati che vengono giudicati per colpa o omissioni nell'esercizio del loro lavoro
e finiscono davanti al loro organo di giustizia perdono il posto.

Negli ultimi sette anni (1999-2006) il Csm ha istruito mille e dieci procedimenti disciplinari.

Con questi risultati: 812 chiusi con l’assoluzione, 126 con l’ammonimento, 38 sono finiti con la censura,

22 con la perdita di anzianità, 2 con la rimozione e 4 con la destituzione.

In pratica, dei mille e 10 magistrati sottoposti a giudizio, solo 6 hanno pagato per le loro colpe.

 
 
 

CALOGERO Mannino innocente. Dopo 16 anni

gennaio 2010

La Suprema corte ha assolto definitivamente l’ex ministro Dc dall’accusa di collusioni mafiose: è stato 23 mesi agli arresti.

E ucciso politicamente dai magistrati

Lo avevo annunciato; e oggi è accaduto. Un lieto fine, e insieme una storia amara e triste. Difficile uscirne a testa alta per chi ha cercato con tenacia di piegarla a un innocente. Riconosciuto da un tribunale, in nome del popolo italiano. Calogero Mannino è stato assolto dalle accuse di associazione mafiosa con sentenza definitiva della Cassazione. Un caso esemplare perché l’illustre esponente democristiano fu prima inquisito dalla Procura della Repubblica di Palermo, il 24 febbraio 1994, e poi arrestato un anno dopo e privato della libertà per ventitré mesi. Dopo diverse vicissitudini processuali, innumerevoli udienze, quattrocento testimoni, di cui duecentocinquanta dell’accusa, con incredibile dispendio di denaro, una sentenza di assoluzione in primo grado, una condanna in secondo grado e poi l’annullamento da parte della Cassazione con rinvio ad un altro procedimento della Corte d’appello concluso con l’assoluzione, si arriva finalmente dopo sedici anni alla sentenza definitiva. E adesso, pover’uomo, si potrebbe dire di Mannino. Sedici anni di gogna e di menzogne, di umiliazioni, di mortificazioni, una parte di vita perduta. E perché? Chi paga? Io posso essere soddisfatto, e Mannino sollevato.

mannino

 Ma Giancarlo Caselli come starà? Da qualche tempo, dopo l’esemplare vicenda Andreotti, soprattutto, si è affermata la formula elegante: «Ci si difende nei processi, non dai processi». E perché mai questa visione penitenziale? Perché io devo farmi processare da chi mi accusa senza prove per dimostrare un suo teorema? Questo non è giustizia. È un morboso rapporto tra vittima e carnefice, tra sadici e masochisti; e non per il divertimento di un giorno, ma per un lungo tempo di pena e, in casi clamorosi come quello di Calogero Mannino, con una interminabile privazione della libertà che, se immotivata, corrisponde a un sequestro di persona. L’errore è di un uomo, ma se compiuto in nome della legge, il responsabile è garantito da uno scudo ben più forte dell’immunità parlamentare (oggi di fatto inesistente). In sostanza se io dico «mafioso» a uno che non lo è, posso essere perseguito per diffamazione; se lo dice un pubblico ministero con la presunzione di un’indagine motivata, io devo difendermi dall’accusa, magari «nel processo», e il pubblico ministero che mi ha accusato ingiustamente non compie diffamazione. Cosa fa allora? Sbaglia, infanga, priva della libertà.

E la vittima, se mai, viene risarcita dallo Stato. Mannino ha perso «nel» processo sedici anni. Caselli si scuserà? Si vergognerà? La questione è prima di tutto, etica. Perché accusare qualcuno di mafia vuol dire crearsi l’aura di combattenti e intoccabili. (...) E adesso che cosa si dirà? Che la sentenza della Cassazione è sbagliata? Ma la parola d’ordine non è: difendersi nei processi, rispettare le sentenze? E Caselli, dunque, avrà la coerenza di rispettare la sentenza e la dignità di scusarsi con Calogero Mannino? E Travaglio? L’ammiratore incondizionato di Caselli, il principale sostenitore della necessità di aspettare e rispettare le sentenze, anche sopportando sedici anni di ingiustificata pena ...

Vittorio Sgarbi

 

NOTA: Chi lo ripagherà della gogna e delle umiliazioni? E Caselli e Travaglio si scuseranno? OVVIAMENTE NO!
 
A SUBIACO VERDETTO DOPO 20 ANNI: TUTTI ASSOLTI
gennaio 2010

ROMA - Tangenti, manette, carriere politiche rovinate, una bufera sul Comune di Subiaco, a 70 chilometri dalla capitale. Era il 1990, agli albori di Tangentopoli, e solo adesso che siamo nel 2010 il processo è finito. Per di più con una sentenza di primo grado che è di assoluzione: «Il fatto non sussiste», ha stabilito lunedì la seconda sezione del tribunale. Dei 32 imputati rinviati a giudizio 13 anni fa, sono sopravvissuti soltanto i sei che hanno rinunciato alla prescrizione: gli ex sindaci Paolo Mecci e Giovanni Sbraga (Dc), gli ex assessori Alberto Foppoli (Dc), Giancarlo Scattone (Pri) e Bruno Sbardella (Psdi) e Giuseppe Lattanzi. Con i loro avvocati Michele Gentiloni, Roberto Rampioni, Pasquale Gennaro ed Eugenio De Propris hanno sempre giurato di non aver intascato tangenti in cambio di appalti a imprese amiche. E hanno vinto. L' inchiesta, la prima a Roma per mazzette, era iniziata quando un «pentito» aveva rivelato l' esistenza di una «cupola» nata per spartirsi gli appalti. Dopo due anni di indagini a vuoto, vengono disposte le intercettazioni telefoniche e scattano dieci arresti (fra cui quelli degli ex imputati, tranne Mecci e Lattanzi).

Ci vogliono altri cinque anni perché inizi il dibattimento, ma è a questo punto che il processo si impantana davvero. L'esame dei 48 faldoni della Procura non inizia neppure. Le prime sei udienze se ne vanno per il calendario, poi si passa da un rinvio all' altro. In dieci anni viene interrogato un solo testimone: un capitano dei carabinieri che fa in tempo a diventare colonnello. Negli anni cambiano 13 collegi e 16 pubblici ministeri. Si perde un fascicolo che contiene intercettazioni telefoniche.

Di udienza in udienza, 51 in tutto, i figli degli ex imputati crescono e diventano amici. Si conta qualche morto tra i testimoni e i consulenti. «In sostanza - spiega l' avvocato Gentiloni - il processo comincia nel 2007, quando viene affidato al collegio presieduto da Raffaele Condemi, a cui va dato atto di aver fatto uno sforzo enorme». Ora è finita, ma non per lo Stato, che dovrà pagare le parcelle agli avvocati (è la regola, se i funzionari pubblici vengono assolti) e i risarcimenti su tre fronti: ingiusta detenzione per gli arrestati, durata del processo (legge Pinto) e danni materiali e morali.

Lavinia Di Gianvito

 

NOTA: Perché il "processo breve"? Forse perché in mancanza di giustizia, almeno non buttiamo i nostri soldi per pagare giudici e danni.
 
SEI UN CATTIVO GIUDICE? ALLORA PUOI INSEGNARE.
gennaio 2010

In questi giorni va in scena la nomina del consiglio direttivo della scuola della magistratura.

Gli eletti saranno delegati a scegliere gli insegnanti più idonei a formare i nuovi giudici. Quelli che dovranno insegnare ai neofiti un comportamento irreprensibile legato alla loro professione oltre alla giusta interpretazione delle leggi ed alla loro applicazione.

Persone quindi di alto livello morale e professionale. Persone che hanno svolto il loro lavoro in modo ineccepibile.

Ebbene tra i candidati troviamo il giudice Margherita Cassano.

La signora Cassano è il giudice che negli anni '90 in Toscana raccolse le dichiarazioni di alcuni pentiti che accusarono il bancario Roberto Giannoni di appartenere a Cosa Nostra, di estorsione, usura, traffico di armi ed eroina. Un grosso delinquente secondo il giudice, che lo fece prontamente incarcerare.

Dopo dieci anni, di cui uno in carcere, e dopo aver dilapidato tutte le sue proprietà per difendersi, perso i genitori, morti di crepacuore, perso la fidanzata per la vergogna ..... E' STATO ASSOLTO.

Lo stato lo ha risarcito con 200 dei nostri milioni. La signora non ha versato neanche un centesimo.

In compenso ora è una illustre candidata ad una carica di prestigio.

Dott.ssa Margherita Cassano

 

NOTA: Mi sorge un dubbio. Forse il suo compito non sarà quello di insegnare ad essere un buon giudice, visto i precedenti. Potrebbe però dimostrare come non diventare cattivi giudici. Chi meglio di lei può farlo?
 
SEI GENETICAMENTE DIVERSO?  HAI UNO SCONTO SULLA PENA.
ottobre 2009

Trieste - Condannato con rito abbreviato a nove anni e due mesi di reclusione dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Udine il 10 giugno 2008, per omicidio volontario, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, si è visto scontare la pena di un anno in secondo grado dalla Corte d’Assise d’appello di Trieste perché ritenuto “vulnerabile geneticamente”.

E’ quanto accaduto – per la prima volta in Italia – al cittadino algerino Abdelmalek Bayout, accusato di aver ucciso a coltellate nel 2007, a Udine, durante una rissa, il colombiano Walter Felipe Novoa Perez, di 32 anni.

Attraverso un’indagine cromosomica innovativa, Bayout è stato trovato in possesso di alcuni geni, che lo renderebbero più incline a manifestare aggressività se provocato o espulso socialmente. Tale “vulnerabilità genetica” si sarebbe incrociata, nel momento immediatamente precedente all’omicidio, con “lo straniamento dovuto all’essersi trovato nella necessità di coniugare il rispetto della propria fede islamica integralista con il modello comportamentale occidentale”, così da determinare nell’uomo “un importante deficit nella sua capacità di intendere e di volere”.

 
NOTA: Sbaglio o qui si fa una chiara differenza basata su un fattore genetico? Quindi sulla razza? Ma la Costituzione non lo vieta? Se continua così, tanto vale far fare le leggi ai giudici.
 
PM DIMENTICA DI CHIEDERE IL RINVIO A GIUDIZIO: SCARCERATI
ottobre 2009

Il 22 gennaio scorso, a Guidonia, una ragazza è aggredita e stuprata, cinque giorni dopo i carabinieri arrestano i presunti autori ed i complici, che ne hanno agevolato la fuga. Ci sono le confessioni, perché uno racconta che erano ubriachi e che avevano già provato, poche ore prima, ad aggredire un’altra coppia. Ci sono le prove, perché alla ragazza portarono via il cellulare, con il quale uno dei criminali aveva chiamato casa.

Caso chiuso? No!

Il pubblico ministero di Tivoli è lo stesso pm che ha gestito l’accusa contro le maestre di Rignano, sospettate di pedofilia, in modo esemplare.

 A giugno il nostro giudice dichiara di avere terminato l’inchiesta. Passano i giorni, le settimane, i mesi. Ci sono le vacanze e, per giunta, lui chiede ed ottiene il trasferimento a Roma. Si arriva alla fine di ottobre e scadono i termini della custodia cautelare. Purtroppo il nostro servitore della legge non ha avuto il tempo e la memoria per chiedere il rinvio a giudizio dei due favoreggiatori, che vengono scarcerati.

Si ricorderà di rinviare a giudizio i violentatori prima che scadano i termini a gennaio?

 

NOTA: Da gennaio a giugno per terminare un'inchiesta già conclusa. Ha tempo fino a fine ottobre per il rinvio a giudizio. Ma non ce la fa. Troppo impegnativo. Va oltre le sue capacità. Mi chiedo: se questa gente dovesse aprire bottega tutte le mattine dopo quanti giorni si farebbe ricoverare?
 
ABBIAMO ANCHE I GIUDICI PSICO-VEGGENTI
settembre 2009

Era uscito di carcere il 30 giugno Fation Dine, l'albanese di 21 anni che sabato ha accoltellato e ucciso Leonardo Rusciano, 18, a Borgo San Lorenzo.

L'albanese, lo scorso 24 gennaio, era stato arrestato per una violenza sessuale consumata ai danni di una ragazza sempre del posto e per questo era stato condannato a due anni e nove mesi di carcere. Tre mesi fa era uscito per sospensione della pena.

Nel concedere le attenuanti che avevano portato alla sospensione, il tribunale di Firenze spiegava che, fra l'altro, "il prolungato stato di detenzione cautelare fa ritenere che abbia ricevuto un monito sufficiente ed adeguato rispetto al rischio di reiterazione dei reati della stessa specie o di altra natura".

Dine, regolare in Italia ma senza occupazione, ha colpito il diciottenne con una coltellata al cuore sabato sera in una piazza a Borgo San Lorenzo.

Venerdì tra i due c'era stato un alterco.

Il Dine era conosciuto come un violento ed un bullo, come conferma il sindaco di Borgo, ma un giudice, certamente superiore alla media ed in grado di capire la psicologia dei delinquenti, ha stabilito che il Dine aveva capito la lezione e che non c'era "rischio di simili o altri reati".

 

NOTA: Questi fatti accadono quando delle persone investite di compiti molto importanti, si montano la testa e credono di essere dotati di proprietà divinatorie. Ecco allora che anziché applicare le leggi, cosa a cui sono demandati, entrano nella psiche del delinquente, capiscono che cosa è buona e giusta da fare e poi si permettono di emettere sentenze tragiche e dissennate di cui non renderanno mai conto alla comunità.
 
LIBERA LA BANDA DELLE VILLETTE
settembre 2009

Trieste. Torna a piede libero la Banda (albanesi) delle ville per un errore della Procura
Con il loro arresto, i residenti nelle case e ville che punteggiano il Carso triestino avevano tirato un bel sospiro di sollievo. Ora si ritorna nella paura, a distanza di soli 6 mesi: tre albanesi, componenti di una banda (ben presto ribattezzata la Banda delle ville) responsabile di decine di furti in ville e abitazioni nella provincia di Trieste oltre che in Veneto e in Lombardia, hanno lasciato ieri il carcere del Coroneo «per decorrenza dei termini di custodia cautelare».

La Procura della Repubblica non avrebbe infatti chiesto il rinvio a giudizio dei tre nei termini previsti dalla legge. L'equivoco, stando a fonti locali, sarebbe nato dal passaggio del fascicolo tra l'ufficio del Gip di Treviso e la Procura di Trieste.

Elvis Mercina, Artan Mercina e Blerim Reci - questi i nomi degli albanesi - sono usciti dal carcere e hanno già raggiunto le rispettive famiglie in Albania. Il gruppo si era reso responsabile di furti anche in Veneto e Lombardia. Elvis Mercina era stato fermato nel febbraio scorso dopo un inseguimento conclusosi a Monfalcone. I suoi due complici, Artan Mercina e Reci, erano riusciti a fuggire salvo poi essere catturati due settimane dopo a Treviso in uno dei covi che la banda utilizzava nel Nord Italia. In altri due alloggi in Lombardia era stato trovato il bottino dei furti nella ville e negli appartamenti e gli attrezzi del mestiere: trapani, cacciavite e punte di diamante per forare i vetri.

«Il pm aveva sei mesi di tempo - ha spiegato al Piccolo di Trieste l'avvocato trevigiano Fabio Crea, difensore dei tre albanesi tornati in libertà - ora i sei mesi sono scaduti e per questo ho chiesto al Tribunale l'applicazione della legge e la liberazione dei miei clienti. Subito dopo la scarcerazione sono stati espulsi dall'Italia. In base alle nuove norme non saranno nemmeno processati». L'avvocato difensore ha fatto bene il suo lavoro, sfruttando le falle del sistema e l'abominevole Decreto Sicurezza, ma resta comunque l'amaro in bocca per non essere riusciti a fare giustizia.

Veramente un beffa poi il fatto che i loschi figuri potranno rientrare in Italia, magari sono anche già rientrati, attraverso i "soliti" canali dell'immigrazione clandestina ma non potranno poi più essere processati per i delitti fin qui compiuti.

 

NOTA: Nessun decreto può rimediare all'inefficienza della nostra magistratura.
 
UNA STORIA CHE GRIDA VENDETTA
agosto 2009

La storia riguarda il carabiniere Carmelo Canale “braccio destro” di Paolo Borsellino che lo chiamava “fratello”.

Canale è imputato di mafia. La sua vicenda processuale comincia nel 1996. Il 4 marzo del 1995 suo cognato, il maresciallo Antonino Lombardo, si era suicidato dopo che Leoluca Orlando Cascio lo aveva accusato di mafia, nel corso di una trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro. Il vero scopo di quell’attacco consisteva nell’impedire a Lombardo di andare a prelevare, negli Stati Uniti, il mafioso Tano Badalamenti, che prometteva di smontare le accuse rese da Tommaso Buscetta contro Giulio Andreotti.

 Canale fu chiarissimo: lo hanno ammazzato. Non gliela perdonarono, così anche lui finì nel tritacarne.
Fu accusato prima di concorso esterno in associazione mafiosa. Poi, fra il primo ed il secondo grado, di essere direttamente affiliato alla mafia, curandone gli interessi.

l 15 novembre 2004, otto anni dopo le prime accuse, Canale è assolto in primo grado, perché il fatto non sussiste. Il 17 luglio 2008, dodici anni dopo, è assolto in secondo grado. La corte fissa in novanta giorni (come prevede la legge) i termini per il deposito delle motivazioni, che, però, arrivano solo in questo agosto 2009. Tredici anni dopo. Con ogni probabilità la procura ricorrerà in cassazione. Tanto a loro non costa, e perdere tempo è già un successo. Già, perché con la carriera bloccata, essendo imputato, Canale è stato posto a riposo.

 

NOTA: E Leoluca Orlando? Era candidato alla direzione RAI.
 
IL MAGISTRATO SCRISSE "NON LO RIFARA'"
luglio 2009

Luca Bianchini, il presunto stupratore seriale, a 19 anni tentò il suo primo stupro.

Era il 28 maggio del 1996 quando aggredì la vicina di casa di 49 anni, e tentò di violentarla davanti al figlio piccolo della donna.

Era il 24 settembre del 1997 quando il gip di Roma, Antonio Trivellini, scagionò Bianchini dall’accusa di tentata violenza sessuale «perché al momento dei fatti non era imputabile per capacità di intendere e di volere».

Dopo il reato il giovane venne fermato e accompagnato all’ospedale Pertini, dove il medico di guardia decise di sottoporre Bianchini a una consulenza psichiatrica, dalla quale emerse una «psicosi acuta di natura da diagnosticare con gravi disturbi del comportamento». Psicosi che poteva "rappresentare il primo segnale di un disturbo schizofrenico".

Secondo lo psichiatra però non vi erano elementi che facevano pensare alla probabilità di commettere altri simili reati.

Per questo motivo il giudice decise di assolvere Luca Bianchini.

Il Partito Democratico, che come noto raccatta ogni genere di "compagni che sbagliano" ha pensato bene di affidargli la direzione di un circolo romano del partito.

 
NOTA: Sembra che gli stupri siano stati più di quindici. Se così fosse siamo di fronte ad una bella QUESTIONE MORALE.
 
GUIDA UBRIACO, ROMENO UCCIDE 16ENNE: RILASCIATO
luglio 2009

 Tragedia sulle strade di Todi. Ieri notte Ioan Munteanu, ubriaco, ha falciato con la sua auto uno scooter sul quale viaggiavano due ragazzi. Uno dei due ha perso la vita. Immediatamente arrestato, il romeno di 41 anni è stato rilasciato dopo poche ore dalla magistratura "per la mancanza dei presupposti di legge per procedere alla richiesta di convalida dell’arresto".

 La vittima è Riccardo Fiaschini, 16 anni, mentre un quindicenne che era con lui è stato ricoverato con riserva di prognosi nell’ospedale di Terni. Entrambi sono residenti ad Avigliano Umbro.

Dagli accertamenti svolti dai carabinieri è emerso che il conducente dell’auto, Ioan Munteanu, romeno di 41 anni, si trovava alla guida in stato di ebbrezza alcolica. Dagli esami medico-sanitari è infatti risultato un tasso alcolemico di 1,54 g/l. È stato quindi arrestato per omicidio colposo aggravato dallo stato di ebbrezza alcolica e denunciato poiché sprovvisto di patente di guida perché mai conseguita. I carabinieri hanno inoltre accertato che l’auto non risultava revisionata secondo i termini di legge.

Ioan Munteanu però è stato rimesso in libertà: il sostituto procuratore Gabriele Paci ha, infatti, deciso di non chiedere la convalida del provvedimento restrittivo.

 
NOTA: Dunque: senza patente, auto non revisionata, ubriaco, assassino. In effetti perché arrestarlo?
 
BURLE TRAGICHE
luglio 2009

 Un avvocato scrive a Libero di voler smettere con la sua professione perché dopo 30 anni di lavoro non riesce più a sopportare tutte le storture e i disservizi che gli impediscono di svolgere la sua attività di avvocato civilista nel modo migliore.

Non elenca il cumulo di episodi negativi che ha conosciuto in trent'anni ma si limita ad un episodio significativo:
- Al termine di una udienza, il giudice rinvia la causa a tre anni di distanza. L'avvocato della controparte chiede se sia possibile anticipare tale data per sue esigenze personali. Il giudice ci pensa un po', rivede la sua agenda ed alla fine concede un anticipo di UN QUARTO D'ORA!

Questi sono altri due sconcertanti episodi tratti dal libro "Magistrati l'ultracasta" di Stefano Livadiotti:
- Una 83enne di Vicenza che aveva fatto causa alla Cassa Rurale si è vista fissare la prossima udienza nel 2014. La signora ha dichiarato: "Vedrò di riguardarmi, di evitare ogni eccesso, così da esser ancora in salute per presentarmi all'udienza".
- Due settantenni di Foggia nel 2007 hanno chiesto all'INPS il ricalcolo della pensione. La prima udienza è stata fissata nel 2020. Per il 2030 sperano di arrivare a sentenza, a 90 anni, se ci arrivano.

 
NOTA: Da questi fatti si possono trarre due conclusioni: un giudice che dovrebbe fare della serietà una prerogativa fondamentale si permettere di dileggiare chi gli si rivolge per avere giustizia; altri giudici denotano una mancanza di coerenza  rimandando le udienze probabilmente a dopo le esequie.
 
PER I GIUDICI VIENE USATO UN ALTRO CODICE
 
Due casi, uno remoto e uno recente, molto significativi sui pesi e misure che utilizza la magistratura italiana nel giudicare i giudici.
 

Un giudice del Tribunale di Milano colto mentre consumava un rapporto orale con un quattordicenne nei bagni del tribunale, viene condannato nei tre gradi di giudizio ma la scampa grazie all’amnistia.

Pretende allora di essere riammesso nei ranghi della magistratura dai quali era stato sospeso. Sorprendentemente, ignorando le sentenze del tribunale, la sezione disciplinare del Csm non solo lo reintegra ma lo promuove a consigliere di Cassazione.

Motivazione: al momento dell’adescamento il pedofilo ha agito in stato di «transeunte capacità di volere».

In pratica tre anni prima d’esser colto in flagrante aveva battuto la testa contro l'architrave di una porta.

 

Una magistrata non ha depositato in tempo (cioè entro 15 mesi) le motivazioni della sentenza di condanna di una ventina di mafiosi.

A causa di questo i mafiosi sono tornati liberi e sono scomparsi dalla circolazione.

Ciò non ostante il Csm la promosse a presidente del Tribunale dei minori perché secondo la magistrata risulta titolare di una «elevata laboriosità», di «grande attaccamento al lavoro» oltreché in possesso di «particolari doti organizzative».

 
NOTA: Quisquiglie. Ci vuole ben altro per condannare un giudice (vedi sopra nei titoli).
 
FA RICORSO CONTRO IL COMUNE E VINCE LA CAUSA ... DOPO 30 ANNI
giugno 2009

Il titolare di una pizzeria di Ponzano (Treviso) ha fatto ricorso contro il Comune ritenendo di aver versato ingiustamente del denaro per ottenere la concessione edilizia necessaria per i lavori di ristrutturazione del suo locale. Ha vinto il ricorso e si è visto restituire la somma sborsata... dopo 30 anni.

Sì, perché la vicenda prende le mosse nell'anno 1979 e la giustizia lumaca, in questo caso quella amministrativa, ha dovuto attraversare tutti i gradi di giudizio: dal Tar del Veneto che dopo undici anni di studio ha rigettato la richiesta di rimborso, fino al Consiglio di Stato che in 14 anni è arrivato a ribaltare la sentenza del tribunale di Venezia. La somma depositata in municipio alla fine degli anni ’70, a titolo di oneri di urbanizzazione per il rinnovamento del fabbricato, ammontava a poco più di quatto milioni di lire. Ora è stato restituito al proprietario il corrispettivo in euro, più gli interessi, per un totale di quasi 14 mila euro.

La ristrutturazione riguardava - ironia del caso - la pizzeria “Al municipio”, proprio davanti al Comune. L’amministrazione di allora aveva dato il via libera per l’ammodernamento interno del locale, imponendo però la concessione edilizia e il pagamento degli oneri di urbanizzazione per poter metter mano al fabbricato diviso in parti commerciali e residenziali.

Per questo il proprietario, Livio Zanatta, pur di cominciare i lavori, aveva depositato un libretto bancario contenente poco più di quattro milioni di lire, riservandosi il diritto di riprendersi i soldi se questi non fossero stati dovuti. Per gli uffici municipali però, nonostante gli inviti a rivedere le pratiche, la concessione era necessaria, e poteva essere rilasciata solo dietro pagamento. Zanatta non si è perso d'animo è ha presentato ricorso al Tar. La giustizia ha fatto il suo corso e ha riconosciuto le sue ragioni.

 
NOTA: Dopo trent'anni.
 
CHIEDE AIUTO AL COMUNE, IL TRIBUNALE LE TOGLIE LA FIGLIA
 

La signora C.P. è una donna di 47 anni che, dopo essere rimasta vedova, è stata colpita da un tumore che la costringe a continui ricoveri e dolorose terapie. Impossibilitata a seguire i due figli, una di 8 anni ed un altro di 17, ha chiesto aiuto al Comune. Gli assistenti sociali hanno valutato la situazione ed interessato il giudice dei minori, che ha deciso di affidare la piccola al "Sorriso Francescano" di Salita Padre Umile, a Coronata.

Lei non ha retto al pensiero di perdere la sua bambina di 8 anni ed ha accoltellato l'educatrice del "Sorriso Francescano" a cui la piccola è affidata da un anno con un provvedimento del Tribunale dei Minori. Fortunatamente l'ha ferita solo superficialmente.

La mamma, gravemente malata di tumore al seno, è stata arrestata dagli agenti delle Volanti e rinchiusa nel carcere di Pontedecimo.

Se avesse avuto la sorte di ammazzarla, ora oltre alla vedovanza, al tumore, alla perdita della figlia, dovrebbe sommare anche il carcere a vita.

 
NOTA: Attenzione, se siete in una situazione gravissima state attenti a chiedere aiuto alle istituzioni. Potreste passare dal danno alla beffa. Considerando che l'Istituto viene retribuito, sarebbe stata una decisione più umana quella di aiutare la madre a casa sua. Ma questo richiede buon senso, cosa che nei nostri tribunali a volte è carente.
 
E' DEPRESSO, BOSS AI DOMICILIARI
 

Il presunto boss Giacomo Maurizio Ieni è fortemente depresso e allora lascia il regime del 41 bis, il carcere duro riservato ai mafiosi, per finire ai domiciliari. A decidere gli arresti in casa per “Nuccio” Ieni, al secolo Giacomo, capomafia della cosca Pillera di Catania, è stato il presidente della terza sezione penale del Tribunale etneo. Il giudice Filippo Milazzo, coadiuvato nel suo lavoro dai suoi colleghi Riccardo Pivetti e Cinzia Sgrò, lunedì ha firmato l'ordinanza di trasferimento per «gravi motivi di salute», ritenendo che l'«ambiente familiare appare allo stato insostituibile» e che l'affetto dei suoi casi sarà per lui la terapia migliore per riprendersi e guarire.

Nella precedente udienza di uno stralcio del processo Atlantide, Ieni era scoppiato in lacrime davanti ai giudici sostenendo di "essere fortemente depresso e di non riuscire a stare in carcere". Subito dopo, il suo difensore, l'avvocato Giuseppe Lipera, aveva chiesto gli arresti domiciliari, che sono stati accordati.

A sostegno della sua richiesta l’avvocato di Ieni, Giuseppe Lipera, ha presentato una corposa documentazione redatta da Marco Lipera che nella vita fa lo psicologo e chiede la scarcerazione, in subordine i domiciliari. Arriva la decisione del giudice Milazzo che l'avvocato Lipera, commenta così: «Al di là di ogni ragionevole dubbio i giudici hanno fatto buon uso delle norme processuali. Per ultimo abbiamo prodotto il diario clinico e la consulenza psico-forense redatta dal dottor Marco Lipera».

Giacomo Maurizio Ieni (Ansa)
 
NOTA: Lo psicologo che ha presentato la perizia che attesta lo stato depressivo è il figlio dell'avvocato.
 
PASSERELLA MAGISTRALE
maggio 2009

Questo non è un fotomontaggio ma una immagine reale.

E’ tempo di elezioni e conseguentemente è tempo di azioni giudiziarie contro Berlusconi.
Il lodo Alfano questa volta ha intralciato la campagna elettorale della nostra magistratura che ha quindi ha trovato un sistema furbesco e subdolo per attaccare Berlusconi: condannare un’altra persona perché si è lasciata corrompere dal Presidente del Consiglio. Il quale ovviamente non ha avuto modo di difendersi.
Una sentenza di condanna di quattrocento pagine che si riassumono, tolta la crusca, in questa frase: «Mills ha agito certamente da falso testimone. Da un lato per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute fino a quella data. Dall’altro, lato per perseguire il proprio vantaggio economico».
I giudici non hanno dubbi: Mills fu corrotto. E, di conseguenza, Silvio Berlusconi fu il corruttore.

La motivazione «ha agito certamente da falso testimone» non equivale a «ha agito da falso testimone come dimostrano le prove» ma sottintende che è una conclusione dettata da convinzioni personali.Tre cose portano a dubitare della serietà della sentenza:
1 - Il signor Mills questo denaro l’ha denunciato e ha pagato le tasse in Inghilterra. Se fosse frutto di corruzione versata in nero pensate che l’avrebbe fatto?
2 - E’ stata fornita prova che i soldi incriminati provenivano dall’armatore napoletano Diego Attanasio (che inspiegabilmente non è stato denunciato per complicità).
3 - La condanna si basa sulle dichiarazioni rilasciate a suo tempo da Mills che secondo i giudici Berlusconi ha pagato per farsi condannare.

E’ quindi evidente che MANCANO LE PROVE.
Altro fattore ambiguo che mette in dubbio tutto il castello accusatorio è la mancata ammissione di testimoni e prove a discarico che evidentemente rischiavano di smontare le accuse.

Anche questo caso dimostra che la nostra magistratura è troppo sbilanciata dalla parte dell’accusa e questo porta inevitabilmente alla creazione di posizioni di potere che contrastano l’esigenza di sentenze equilibrate e super partes.
Per questo sono molto favorevole alla nomina dei Pubblici Ministeri con elezioni pubbliche. Avremo, come negli stati più avanzati, un giudice che esce dai concorsi di abilitazione (con esami attitudinali) che sia all’altezza del compito (con carriera sul merito e non sull’anzianità), un PM che risponde del suo operato agli elettori ed un difensore che tutela il giudicato.

Sono anche favorevole, come la maggioranza degli italiani, che lo ha confermato con un referendum, all’applicazione della responsabilità civile dei giudici. Credo che in Italia sia l’unica casta che può creare danni senza doverne rispondere. Quando il giudice sbaglia, paghiamo noi.
Cane non morde cane e CSM non morde giudice. Al massimo gli fa un buffetto e lo trasferisce a far carriera da un’altra parte.

Tornando al caso Mills, non s’illudano i sinistri e i dipietristi. Anche questo «scandalo» farà la fine di quello di Veronica: nel nulla.
Per concludere, non so se Berlusconi sia colpevole o innocente. Sono però convinto che questa sentenza non sia frutto di ricerca della verità ma solo di pregiudizio, se non peggio.

 
NOTA: Ma siamo sicuri che i nostri giudici siano persone serie di cui ci si può fidare? Dalla foto si direbbe che la vanità è prevalente.
 
Il gregge dei fannulloni cacciati dalla polizia e riassunti dal giudice
 

A Portici, comune napoletano, in Comune, 58 dipendenti su 70 risultavano assenteisti. Lavorava uno su sette e gli altri si facevano timbrare il cartellino dai colleghi più ligi al dovere. Morale?

Ci fu un blitz della polizia, accadde in marzo, che ne arrestò 36 e indagò altri 22. L’accusa: truffa ai danni dello Stato e falso. Tutto documentato, tutto rigorosamente certificato dagli occhi di due telecamere che per settimane avevano ripreso l’allegro via vai. Anzi, più via che vai, dei signori e delle signore del Palazzo comunale. Che se ne andavano a far shopping o passeggiare lasciando l’anagrafe e gli altri uffici, dove la gente stava in coda, in mano a una dozzina di colleghi costretti a sudare.

Peccato che tutti i dipendenti sotto accusa hanno riavuto il loro posto di «lavoro» e torneranno allegramente in Comune entro una decina di giorni, quando il provvedimento di riammissione diventerà esecutivo.

 
NOTA: Sono stati pagati durante le assenze. Ora vengono pagati anche per tutto il tempo che non hanno lavorato in attesa di giudizio.
 

SI E' DIFESO DAI BANDITI, SI E' ARRESO AI GIUDICI

2009

9 MAGGIO 2003

Massimo Mastrolorenzi, gioielliere romano, è immobilizzato nel suo negozio di via Marmorata da due rapinatori. Riesce a liberarsi e spara cinque colpi ai due banditi, uccidendoli. È indagato per omicidio volontario.

11 MARZO 2005

II gup di Roma proscioglie Mastrolorenzi dall'accusa di omicidio per eccesso colposo di legittima difesa.
20 OTTOBRE 2006

In seguito all'annullamento della sentenza per vizi di forma da parte della Corte d'Appello di Roma, il gup di Roma dispone il rinvio a giudizio per il gioielliere.
23 OTTOBRE 2007

Mastrolorenzi è condannato a 8 mesi di reclusione e 400 euro di multa per detenzione e porto abusivo di armi.
20 FEBBRAIO 2009

La Procura di Roma, sollecitata dal giudice monocratico Ranalli, cambia il capo di imputazione nei confronti di Mastrolorenzi non più eccesso di legittima difesa ma omicidio volontario.

 
NOTA: Dopo 6 anni di tortura giudiziaria, il 27 FEBBRAIO 2009 Mastrolorenzi si è suicidato. Il trionfo della Giustizia.
 

prese le belve DI SAN VALENTINO. Arrestati i due romeni . Bene, però...

2009

 E' finita la fuga delle due belve della Caffarella, che il giorno di san Valentino avevano aggredito una coppia di fidanzati adolescenti e violentato la ragazza. Ieri pomeriggio la polizia aveva fermato il primo uomo, Alexandru Isztoika Loyos, 20 anni.

Il secondo violentatore, un rumeno di 30 anni, è stato preso all'alba di oggi a Livorno, dove aveva provato a rifugiarsi. In giornata il pm - che pare sospetti i due anche di un precedente stupro avvenuto a Primavalle - chiederà la convalida dei fermi.

Tutto bene quindi.

E INVECE NO!

Il romeno ventenne che ha confessato, era stato infatti già espulso. Detenuto nel carcere di Viterbo fino al 12 luglio, dove ha scontato una condanna per furto, a fine pena è stato trasferito nel centro identificazione di Bologna con la richiesta di rimpatrio in Romania perché soggetto pericoloso e con precedenti penali di rapina, furto e ricettazione.

Il tribunale di Bologna stabilì che non c'erano i presupposti per l'espulsione e dispose la sua liberazione. Da quel giorno di Loyos si erano perse le tracce, fino a San Valentino quando ha barbaramente violentato una bambina di 14 anni.

 
NOTA: Il giudice di Bologna Mariangela Gentile, che aveva deciso la sua liberazione, informata dell'accaduto, ha detto che le dispiace. Non ha dato le dimissioni. Nessuno l'ha presa a schiaffi. Può perseverare.
UN APPROFONDIMENTO DELLE INDAGINI HA STABILITO CHE LOYOS NON E' COLPEVOLE DELLO STUPRO. SE FOSSE STATO ESPULSO QUANDO LO HA DECRETATO UN TRIBUNALE SI SAREBBERO RISPARMIATI TEMPO E DENARO.
 

la giustizia veloce vale solo per Di Pietro

 

Il vilipendio di Tonino? «Cancellato» in 13 giorni

Due settimane dopo la denuncia delle Camere Penali per oltraggio

al Colle, già chiesta l’archiviazione per il leader Idv

Violentata e massacrata aspetta un gip da 7 mesi

La vicenda opposta: a luglio un’ucraina viene quasi uccisa.

Il gip non l’ha ancora sentita e i suoi assalitori sono fuori

RECORD Il pm di Roma lo «assolve» per le parole su Napolitano:

«Il silenzio mafioso? Non era riferito al Quirinale»

L’ex toga: «Ora mi dovete delle scuse».

INCUBO Marya scaraventata dal 6˚ piano: due mesi in coma

poi riconosce e denuncia gli aguzzini.

Ma nessuno la interroga e i carnefici restano liberi.

 

Clandestino tunisino violenta 15enne - Era fuori per decorrenza dei termini

2009

A Bologna, alle dieci di sera, una ragazzina di 15 anni viene aggredita e stuprata sotto casa.

E guarda caso lui è un tunisino clandestino. Ed è già noto alle forze dell'ordine. Ed è già stato in galera per spaccio. Ma, sempre guarda caso, il 15 gennaio, un mese fa, è stato rilasciato per decorrenza dei termini.

Jamel Moamid ha scelto una bambina che aspettava gli amici sotto casa, l'ha presa a schiaffi e pugni, l'ha trascinata in mezzo alle erbacce, le ha tolto i vesti, le si è buttato addosso e l'ha stuprata. Lei ha urlato, ha chiesto aiuto, ha tentato di scappare, ma cosa può fare una ragazzina bloccata da un uomo di 33 anni?

Jamel la farà franca ancora, ci scommettiamo. La ragazzina ha una vita distrutta: lui sarà libero di rifarlo presto, lei sarà ferita per sempre.

 

NOTA: Se qualcuno si azzarda a dire che bisogna cacciare via questa gentaglia facendo leggi più severe, Famiglia Cristiana e Amnesty International scendono in campo con tutta la loro idiozia classificando l'Italia come xenofoba e razzista.

 
GLAXO: DOPO SEI ANNI DI FANGO, TUTTI ASSOLTI
2009

Sei anni fa, più o meno di questi tempi, venivano travolti tutti da una tempesta mediatico-giudiziaria. Sei anni dopo cala il sipario sull’intera, sconcertante vicenda. E anche gli ultimi 42 imputati, eccellenti nomi come il professor Umberto Tirelli, primario di Oncologia all’Istituto dei Tumori di Aviano, scoprono, che anziché in una tempesta erano finiti dentro una bolla di sapone. Che si è puntualmente dissolta dopo aver vagato, spinta da correnti varie, nelle aule giudiziarie d’Italia. Tutti assolti. «Perché il fatto non sussiste».

La battezzarono «Operazione Giove» quell’inchiesta, decisamente maxi, della Guardia di Finanza del Veneto, coordinata dal pm di Verona Antonino Condorelli: 2.974 persone, soprattutto medici, sotto accusa, in 15 regioni italiane.

In un normale controllo sui bilanci della Glaxo, leader del pianeta farmaci, i finanzieri s’insospettiscono per 100 milioni di euro stanziati dall'azienda nel 2001-2002 sotto le voci di «Other Promotion» e «Medical Promotion» e il contenuto di alcune e-mail, lettere e circolari interne in cui si spiegava la filosofia del contatto diretto col medico, e si dettavano ai rappresentanti farmaceutici una serie di regole «comportamentali».

Gli investigatori vogliono vederci chiaro finché intercettazione dopo intercettazione, verbale dopo verbale, sono pronti per dare la scossa di terremoto nella «celebre» conferenza stampa di Mestre in cui il colonnello della Gdf Giovanni Mainolfi dichiara: «Siamo di fronte a un articolato sistema di frode realizzato dalla società farmaceutica mediante la conclusione di accordi illeciti con gli operatori sanitari». Il direttore della Glaxo Giuseppe Recchia promette di collaborare con le autorità: «Non abbiamo alcun bisogno di promuovere i nostri prodotti se non nel modo corretto».

Gli investigatori sono convinti che i medici, nessuno escluso, più farmaci Glaxo ordinavano più guadagnavano. Mazzette da 5 milioni di vecchie lire per il camice bianco di medio prestigio fino a 50 milioni per il primario, o il «barone» della clinica, pagate sotto forma di collaborazioni a una società di servizi collegata alla Glaxo per fittizi programmi di ricerca, convegni fasulli, inutili borse di studio, banali questionari. E poi gadget, macchinari, apparecchiature mediche, e medical tours che in realtà sono vacanze, a Montecarlo (nei giorni del gran premio automobilistico), Sharm El Sheikh, Damasco, Berlino. «Tutti hanno preso soldi» è il refrain degli investigatori che rimbomba soprattutto alla Procura di Verona. Vengono denunciato per corruzione l’ad Glaxo Dipangrazio, 14 primari (fra i più noti Tirelli e il veneziano Giorgio Paladini, responsabile di Medicina dell’Ospedale Maggiore di Trieste), otto docenti universitari. L’inchiesta fa lievitare numeri importanti: 80 perquisizioni, decine di pc sequestrati, controlli in 45 Asl, 13.200 ore di intercettazioni telefoniche. Poi si sfilaccia in mille brandelli ma si respira già l’aria di una mezza «bufala» nel marzo del 2007, quando nell’udienza preliminare in Tribunale a Verona il Gup decide che, dei 142 imputati per cui la Procura di Verona aveva chiesto il rinvio a giudizio, solo 42 avrebbero dovuto comparire in aula mentre tutti gli altri vanno prosciolti.

Altri 700 giorni e oggi «la fine di un incubo - si sfoga il professor Tirelli - perché nonostante gli accertamenti nel mio Istituto avessero escluso ogni mio illecito, la campagna infamante contro di me non si è mai fermata. Ho subìto aggressioni fisiche e verbali. Ho dovuto cambiare una macchina appariscente perché la gente per strada mi accusava di averla comprata coi soldi della Glaxo. La mia vita è stata sconvolta da titoli come quello dell’Espresso: «Camici sporchi». Mia madre, ottantenne, ha avuto un mezzo infarto quando ha visto la mia foto in prima pagina sulla Gazzetta di Reggio. Riconquisto la serenità a duro prezzo. La mia terribile esperienza dovrebbe suggerire alla magistratura di procedere con più cautela. Si dovrebbero sorteggiare giornalisti e magistrati e far passare loro esperienze simili. Solo così capirebbero come ci si sente quando, sapendo di essere innocenti, nessuno ascolta la tua voce».

 
NOTA: E' cosa nota che i grandi produttori di medicinali "SPINGANO" i propri prodotti con omaggio, regali, viaggi ed altro ai medici che devono prescriverli ai pazienti. Ma mettere assieme un castello simile con dei costi abnormi per poi emettere solo una piccola scorreggia, è una vera follia.
 

CLANDESTINO RECORD

2009

Chedly Ben Rebah, 49 anni, tunisino, è clandestino in Italia almeno dall’82 quando è stato fermato a Milano per il primo borseggio.

Da allora in carcere ci è finito più volte, per altri borseggi, furti e rapine. Un andirivieni da San Vittore durato fino al ’90, quando dietro le sbarre è stato cacciato per omicidio e ci è restato per sedici anni.

Fino a quando non è uscito grazie all’indulto.

Dal 2006 ha rivisto poi la cella una sola volta, per rapina. Poi è tornato libero. Libero e clandestino.

Libero di uccidere. Lo ha fatto di nuovo quattro giorni fa in mezzo alla strada, a Milano, durante una lite per questioni di droga.

Insieme a Karim Chari, suo connazionale, di 23 anni, ha accoltellato Ezzedine Oueslati, tunisino di 27, operaio, con regolare permesso di soggiorno e un precedente per spaccio. Oueslati è stato trovato morto lungo i binari del tram nella centralissima piazza della Repubblica alle ore 21,15. Era stato colpito al cuore, in vari punti del torace e a una gamba.

Chedly Ben Rebah ha festeggiato in cella i 27 anni di clandestinità in Italia.

In questo frattempo ha avuto numerosi decreti di espulsione che nessuno si è presa la pena di eseguire.

 
NOTA: Ora si prenderà l'ergastolo e dovremo mantenerlo per tutta la vita. L'espulsione ci avrebbe fatto risparmiare qualche milione di euro. Ma tanto i giudici non pagano, paga sempre Pantalone.
 
ESSERE LA SEGRETARIA DI BERLUSCONI NON E' REATO
2009

Lo ha stabilito la Cassazione. Ma ci sono voluti 15 anni di inchieste e 9 anni di processi.

Eppure quella di Marinella Brambilla è una vicenda lineare. Già trent’anni fa era l’angelo custode, lo sbarramento da superare, il filtro di telefonate e appuntamenti, ma anche l’unica donna che poteva storcere il naso per una delle cravatte ordinarie del Cavaliere. Una milanese vecchio stampo, esempio di efficienza e di discrezione, tanto che fattosi premier Berlusconi la portò, con Nicolò Querci (altro segretari o e imputato) dal Biscione a Palazzo Chigi.

Così erano ancora al lavoro alle 9 di sera l’8 giugno 1994. Ma negarono di aver visto l’avvocato Massimo Berruti (ora deputato del PdL) a colloquio col capo nel Palazzo del Governo.

Per l’accusa, l’incontro servì a concordare il compenso, le tangenti Fininvest alla Finanza (da cui Berlusconi è già stato assolto).

Berruti, confermarono i segretari, venne ma non ebbe la pazienza di aspettare la fine di un interminabile Consiglio dei Ministri.

Furono condannati a 2 anni per falsa testimonianza in tribunale ed in appello perché secondo i giudici il colloquio ci fu e loro erano presenti.

La Cassazione annullò e rinviò a Milano.

Nuova condanna in corte d'appello a 1 anno e 4 mesi.

Ritorno in Cassazione dove è stato deciso che la falsa testimonianza "non sussiste", che gli indizi non sono né gravi, né precisi, né concordanti, che non si può trasformare una astratta possibilità in un evento effettivamente verificatosi.

Ed ha annullato la sentenza definitivamente.

 
NOTA: Era evidente per tutti che non essendoci testimoni, l'accusa è totalmente campata in aria. Ma quando certi giudici si fissano sulla colpevolezza, neanche l'evidenza dei fatti li fa desistere. Mi chiedo quanti soldi dei contribuenti hanno buttato via in 15 anni di inchieste e 9 anni di processi, considerando che anche in caso di colpevolezza la condanna era con la condizionale o godeva dell'indulto.
 

A NAPOLI LA DETENZIONE PAGA

 

A Napoli un arresto sbagliato al giorno.

Colpa dei magistrati dalle manette facili? Colpa degli avvocati che mestano nel torbido? Colpa dei napoletani che hanno inventato un nuovo sistema per sbarcare il lunario?

Certo non può essere colpa della politica visto che con le stesse regole "politiche" a Torino i ricorsi contro arresti illeciti sono a zero.

Sta di fatto che a qualcuno dovranno pur essere imputati i 372 arresti (presunti) sbagliati compiuti in un solo anno nei distretti giudiziari della Campania. Errori da correggere con una bella iniezione di danaro, ovviamente prelevato dalle casse pubbliche. Più di un arresto al giorno (festività comprese) con una media record nel panorama nazionale che regala alla seconda regione italiana la maglia nera anche in questo delicato settore.

Sono i dati forniti dal ministero della Giustizia e pubblicati dal Corriere del Mezzogiorno nella prima puntata di un’inchiesta che si concluderà il giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ben 497 i procedimenti pendenti presso la Corte d’Appello di Napoli «per riparazione da ingiusta detenzione», 335 dei quali sono stati iscritti nel solo 2007: per quelli del 2008 bisognerà attendere le cifre che il ministero diffonderà sabato.

Per farsi un’idea di quanto siano abnormi le proporzioni basti solo dire che a Napoli di questi procedimenti ne sono stati incardinati più che a Roma, Milano ed altre 9 città messe insieme (Torino, Palermo, Firenze, Firenze, Genova, Catania, Bologna, Potenza Cagliari e Trento).

 

 

NOTA: Come si fa a farsi rimborsare i danni per arresto ingiustificato? Uno sparge la voce su un suo presunto reato facendo in modo di venire arrestato. Poi, dopo un po' di carcere tira fuori un alibi inoppugnabile. Seguirebbe una richiesta di danni «per riparazione da ingiusta detenzione».

E i giudici che c'entrano? Certo che centrano in un modo nell'altro. Tanto non pagano loro. Paga sempre Pantalone.

 

PASSATEMPI DA EXTRACOMUNITARI

28 gennaio 2009

Poco più di una settimana fa aveva patteggiato tre anni per violenza sessuale finendo però solo agli arresti domiciliari e, dalla scorsa notte, è diventato uccel di bosco. A dare la caccia al marocchino Abdlkarim Zagdan, 26 anni disoccupato, sono i carabinieri della Compagnia di Castelmassa che, quando non lo hanno più trovato nell’abitazione in cui era domiciliato, a Trecenta, hanno dato il via a tutte le operazioni di ricerca in tutto il territorio polesano.

La vicenda risale all’autunno dello scorso anno quando il marocchino aspettò fuori dalla scuola una 14enne, la seguì e, dopo averla raggiunta, la trascinò dietro un cespuglio tentando di violentarla. Lei, 14 anni, reagì, urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Tanto da far fuggire il violentatore.

L’extracomunitario, poi, venne fermato dai carabinieri con l’accusa, appunto, di violenza sessuale. Il provvedimento si è poco dopo trasformato in arresto quando i militari scoprirono che l’uomo, disoccupato, all’epoca domiciliato a Bagnolo di Po, non aveva obbedito a un decreto di espulsione emesso dal questore di Rovigo nel gennaio 2007.

 
NOTA: Consiglio di sorvegliare le scuole.
 

CHI STUPRA A CAPODANNO ..... VIENE MANDATO A CASA

 

Alla Fiera di Roma, la notte del 31 dicembre, durante la festa «Amore09» una giovane di 23 anni è rimasta vittima di uno stupro.

Dopo tre settimane si è consegnato il giovane stupratore di 22 anni, Davide Franceschini.

Due giorni di carcere e a casa agli arresti domiciliari.

Su conforme richiesta dell’accusa il gip di Roma Marina Finiti, per buona condotta processuale, concede gli arresti domiciliari. Il giovane ha spiegato di avere agito sotto l’effetto di droga e alcol.

 
NOTA: Se "non fanno giustizia come si deve, io giustizia me la faccio da sola" ha detto la giovane stuprata. E al giudice che ha preso tale decisione "gli direi che se l'avessero fatto a sua figlia vorrei vedere cosa faceva".
 

TACHIPIRINA AFRODISIACA

 

Tre mesi fa un uomo di 80 anni di Reggio Calabria è stato arrestato per possesso di stupefacenti dalla Guardia di Finanza.

Durante una perquisizione in casa è stata rinvenuta una busta per alimenti contenente della polvere bianca.

Tre mesi in carcere prima di avere il risultato delle analisi: niente cocaina ma TACHIPIRINA SBRICIOLATA.

 
NOTA: Bastava infilare un dito ed assaggiare.
 
LA VITA GLI E' STATA DISTRUTTA. sALVIAMO ALMENO LA MEMORIA?

17 gennaio 2009

Martedì c’è l’udienza preliminare per Ben Mohamed Ezzedine Sebai, un serial killer tunisino che si è autoaccusato dell'omicidio di 7 donne.

Già condannato a quattro ergastoli per 4 omicidi, si accusa di altri tre delitti, avvenuti a Castellaneta, Massafra e Palagiano in Puglia.

Bene, un assassino assoggettato alla giustizia.

Ed invece no, perché per lo stesso omicidio Vincenzo Donvito è stato condannato a 22 anni di reclusione e non potrà più essere scagionato poiché si è suicidato più di tre anni fa il 21 luglio 2005.

E' stato condannato nonostante la testimonianza del fratello e di sua moglie che non sono state prese in considerazione.

E' stato condannato nonostante che sul luogo del delitto fosse stata trovata un’impronta di scarpa numero 38 mentre lui aveva il 45.

E' stato condannato nonostante la testimonianza dello zio che andò a trovarlo a casa.

E' stato condannato nonostante affermasse che quella sera era in casa a guardare un film e che fosse in grado di raccontarlo per filo e per segno.

 
NOTA: Ed ora che si fa? Diamo un po' di soldi pubblici alla famiglia e avanti un altro?
 

LECITO PORTARE IL PUGNALE "E' UN OGGETTO SACRO" - e la koteka?

15 gennaio 2009

Girare senza porto d’armi tra gli scaffali di un supermercato portandosi appresso un coltello lungo diciassette centimetri. Spaventare i clienti e le cassiere. Seminare allegramente il panico. Essere giustamente denunciato. E, alla fine di tutto, venire tranquillamente assolto. Impossibile, direte voi. E invece no.

Succede a Cremona e il protagonista della nostra storia è un indiano sikh. Il giudice invece si chiama Massimo Vacchiano ed ha deciso di restituire il pugnale all'indiano e di cestinare la denuncia perché il pugnale, arma chiaramente fuorilegge (italiana), nel luogo di origine del portatore è un oggetto sacro.

 

NOTA: Mi piacerebbe conoscere il parere del giudice nel caso nel supermercato si aggirasse il personaggio che vediamo a lato. Di fronte ad una denuncia per atti osceni in luogo pubblico la respingerebbe riconsegnando all'immigrato il suo astuccio penico (koteka) in quanto oggetto tradizionale?

 

SUCCEDE NELLE MIGLIORI FAMIGLIE

14 gennaio 2009

Roberto Truffi, 53 anni di Mediglia, paesone alla periferia di Milano, ha avuto la disgrazia di avere un figlio drogato.

La famiglia aveva già segnalato nel 2001 il comportamento del ragazzo, che era incensurato e che, secondo i militari, sarebbe stato un consumatore di droga.

Nell'aprile 2007 Roberto Truffi ha sparato al figlio di 25 anni un colpo in testa con il suo fucile. Nel dicembre 2009 la Cassazione ha confermato 11 anni di pena.

Anni di violenza, di angherie e di liti con minacce di morte ai suoi familiari hanno portato il padre, ormai esasperato, ad imbracciare il fucile che aveva in casa e ha sparato. Un colpo solo, quello mortale, per difendere la moglie.

Chi conosce il signor Truffi, di lui dice che «è una bravissima persona», discreta, «tranquilla», un «gran lavoratore che ogni mattina prendeva il pullman per andare a Milano, a lavorare in banca».

E di Massimiliano, il figlio ucciso, in paese si mormora che «frequentasse cattive compagnie» e che «più volte» avrebbe alzato le mani in casa contro i genitori e che «rubava loro i soldi».

 
NOTA: Tutti sapevano, nessuno ha mosso un dito. Ha dovuto pensarci il padre.
 

come incoraggiare gli stupratori

10 gennaio 2009

Emanuele Enrique Perino è un giovane muratore che nel 2007 è stato condannato a quattro anni e quattro mesi di carcere per una violenza sessuale commessa nel 2006.

La sua vittima era stata minacciata con un coltello e stuprata in un'auto.

Il giovane però non è mai entrato in carcere ma solo agli arresti domiciliari

In precedenza aveva avuto anche un'altra denuncia per molestie sessuali ai danni di una ragazza.

Ieri ha suonato al citofono, della casa del padre che l'ha denunciato, ha estratto la pistola e ha atteso al cancello. Quando la sua vittima si è affacciata lui ha sparato: due colpi, precisi e freddi, che hanno colpito Vincenzo Di Maso, 45 anni, alla testa e al volto lasciandolo in fin di vita sul cortile di casa.

 
NOTA: Non si può far credere ad un povero ragazzo che stuprare sia un peccato veniale. Potrebbe considerare una denuncia per molestie sessuali come una provocazione e quindi pensare di farsi giustizia.
 

PENE (offerte) SPECIALI PER I SEMI-INFERMI

10 gennaio 2009

Il 10 agosto 2007 Luca Delfino ha ucciso la ex fidanzata con 40 coltellate in una strada di Sanremo. Al processo i giudici gli hanno riconosciuto la semi-infermità mentale.

Per questo motivo, pur riconoscendolo colpevole di omicidio premeditato, è stato condannato a 16 anni di carcere.

Secondo il capo della squadra mobile di Genova, Delfino è anche autore dell'omicidio di un'altra delle sue fidanzate trovata morta nell'aprile del 2006.

Ma il PM non ritenne di arrestarlo o di approfondire le indagini.

Forse per essere sicuro attendeva il secondo omicidio, che è puntualmente avvenuto.

 
NOTA: Dunque, tre anni di condono, sconto di due mesi all'anno per buona condotta, semilibertà a metà della pena. Diciamo che può riprendere ad ammazzare tra 5 anni.
 

un omicidio = un anno di carcere

10 gennaio 2009

La tariffa italiana per l'omicidio è di UN ANNO per ogni MORTO.

A condizione che i morti ammazzati siano tanti.

Non è l'offerta di un supermercato ma la pena applicata in tribunale a Ludwig. Una specie di sconto quantità.

Marco Furlan e Wolfgang Abel hanno erano stati condannati 27 anni di carcere per i 28 omicidi che avevano rivendicato con la sigla Ludwig. Al processo furono loro attribuiti solo 15 omicidi, ma in realtà Furlan ha scontato solo 16 anni. Quindi un anno per ogni omicidio.

 
NOTA: Non riesco a capire a chi si deve applicare la pena dell'ergastolo oltre che a Berlusconi.
 

la prefettura consegna la pistola all'assassino

20 maggio 2008

La prefettura gli aveva restituito la sua pistola da guardia giurata: è con quella che, domenica sera, Raffaele Cesarano ha ucciso l' ex moglie Beatrice Rattazzi, madre dei suoi bambini di 6 e 7 anni.

Eppure solo tre mesi prima la donna lo aveva denunciato ai carabinieri, ottenendo il sequestro dell' arma: «Litighiamo continuamente, minaccia di uccidermi».

«Dagli elementi che conoscevamo fino a ieri - hanno spiegato gli uffici prefettizi - non si poteva prevedere una simile pericolosità, sembrava una lite coniugale, violenta, certo, ma simile a tante altre. Spesso siamo chiamati a decidere su denunce come questa, ma si deve considerare anche che per Cesarano la pistola era uno strumento di lavoro». E proprio nei giorni scorsi l' uomo aveva chiesto il rinnovo del porto d' armi, consegnando in prefettura il certificato medico che lo dichiarava idoneo a portarla con sé.

Poi, domenica sera, l' esplosione di follia: quando la moglie, separata da un anno, si è presentata nel suo appartamento, dove avrebbe dovuto consegnargli i figli, accompagnata dal nuovo compagno Giuseppe Cardella, la guardia giurata ha sparato contro di lei e contro l' uomo, accusato di avergli «rubato la famiglia», che ora è gravemente ferito ma non rischia la vita. Per Beatrice, 32 anni, non c' è stato invece più nulla da fare: i medici hanno cercato di rianimarla, ma la donna è arrivata già morta in ospedale.

Le polemiche sono inevitabili: «Mia figlia è all' obitorio - denunciava ieri il padre della vittima -. Vogliamo sapere perché al suo assassino è stata ridata la pistola per ucciderla».

 
NOTA: Mi viene da pensare che se fosse stata la figlia del prefetto avrebbero attesa la fine del processo prima di consegnare l'arma.
 

CARMELA VIOLENTATA A 13 ANNI SI SUICIDA

 

A 16 anni, avevano violentato una ragazzina che di anni ne aveva 13 e che qualche mese più tardi si suicidò. La fanno franca.

Hanno confessato, e questo basta per evitare che finiscano in galera. L´atto di contrizione è un salvagente per scansare addirittura il processo.
Il giudice del tribunale per i minorenni di Taranto Laura Picaro, nonostante il parere contrario del pm Enrico Bruschi e dell´avvocato difensore della famiglia della giovane, decide di non ingabbiarli nelle maglie del codice penale. Sceglie invece la cosiddetta "messa in prova" per i due balordi: saranno sottoposti ad un periodo di osservazione lungo quindici mesi in cui seguiranno un programma di rieducazione e offriranno assistenza agli anziani. Se faranno i bravi, "in nome del popolo italiano" non finiranno mai più alla sbarra: dibattimento cancellato. Come il reato.

La storia era andata in scena al quartiere Paolo VI. Carmela era curata in un istituto perché aveva problemi psichici. Aveva deciso di togliersi la vita in un giorno d´aprile del 2007 lanciandosi dal balcone al settimo piano della casa dei genitori dove era ritornata per il fine settimana. Nella stanza dell´istituto che la ospitava, gli investigatori trovarono un diario della ragazza: era raccontato per filo e per segno lo stupro subìto nel 2006 dai due minorenni, ma pure un´altra violenza di qualche giorno prima ad opera di tre maggiorenni, questi sì sottoposti ai rigori della legge ancorché il gup deve ancora stabilire se mandarli a giudizio oppure no.

 
NOTA: Un esempio ed una rassicurazione per i giovani che intendono praticare lo stupro.

 

Valentina si è impiccata

 

Valentina Cavalli, 29 anni, originaria di Casale Monferrato, non si è più ripresa dalla terribile esperienza: fu violentata nel 2002 fa da tre delinquenti italiani. Il processo è ancora in corso (2008): i due autori della violenza, entrambi italiani, sono stati condannati in primo grado e in appello, ma non sono finiti in prigione, perché incensurati. Il terzo giovane, che aveva assistito allo stupro, non è stato condannato. Non sono andati in carcere e non hanno pagato alcun risarcimento.

Questa povera ragazza non ha mai superato il trauma psicologico e la seconda ingiustizia che le hanno inflitto i giudici l’ha portata a metter fine alla sua vita tribolata. Valentina si è impiccata venerdì nella sua casa di Torino, a pianterreno in via Giulia di Barolo.

 
NOTA: Giustizia ritardata è Giustizia negata.
 

SI PUO' COLTIVARE LA MARIJUANA? SI, FORSE, NO!

 

1 - Coltivava marijuana in casa ma il giudice lo assolve perché l’erba non era matura: Il fatto non sussiste. Durante una normale azione di prevenzione, le forze dell’ordine di Viareggio hanno travato a casa di un giovane una piccola piantagione di marijuana e di conseguenza hanno denunciato il ragazzo a piede libero. Una volta convocato in tribunale a Lucca per l’udienza preliminare, è giunta inaspettata la sentenza: l'indagato è stato assolto "perché il fatto non sussiste" in quanto le piantine erano ancora acerbe e dunque non contenevano i principi attivi tipici della sostanza stupefacente. Non era matura dunque non si poteva fumare e per questo l’imputato tecnicamente non ha commesso alcun reato.

 

2 - Marijuana sul terrazzo? Non è reato A patto che sia per uso personale. Il Tribunale di Cagliari ha assolto un giovane che era stato denunciato dai Carabinieri lo scorso agosto, perché, a seguito della perquisizione della sua abitazione, erano state trovate due piante di marijuana. L'imputato, giudicato col rito abbreviato, è stato assolto perché il fatto non sussiste.

 

3 - La Cassazione: «Coltivare cannabis in casa è sempre reato» 24 aprile 2008

 

4 - Contrordine del 14 gennaio 2009

La sentenza 1222 della IV Sezione penale ha stabilito che possedere piantine di marijuana non mature non costituisce reato, in quanto sono prive di principio drogante. Il 'coltivatore' beccato in flagrante non può essere dunque condannato se la piantagione non sia giunta a perfetta maturazione. Gli ermellini hanno quindi annullato con la formula "perchè il fatto non sussiste" la condanna a un anno e  quattro mesi di reclusione e 3.500 euro di multa inflitta dalla Corte d'Appello di Ancona, nel 2003, a Domenico N. L'uomo era stato trovato in possesso di 23 piantine di cannabis in un campo vicino a casa; la consulenza tossicologica aveva stabilito che "le piantine avevano attecchito nel terreno e, se lasciate giungere a maturazione, avrebbero prodotto una notevole quantità di principio attivo.

Se per i giudici di Ancona la coltivazione di marjuana costituisce sempre reato e rappresenta un elemento di pericolo sociale e per la salute dei consumatori, secondo la Cassazione "l'intervento punitivo dello Stato deve esserci solo quando è concretamente minacciato il bene della salute. In caso contrario il giudice, guidato dai principi di ragionevolezza della pena in presenza di una condotta offensiva, deve chiedersi se possa esercitare il potere punitivo dello Stato, sacrificando la libertà personale, per tutelare il bene delle salute, dinanzi a una offensività non ravvisabile neanche in grado minimo". In altre parole, secondo piazza Cavour "non è reato coltivare piantine di cannabis non ancora giunte a maturazione". Scrive il relatore Antonio Bevere: "Non è suscettibile dell'accertamento chiesto al giudice l'affetto stupefacente in una pianta in cui il ciclo non si è completato e che quindi non ha prodotto sostanza idonea a costituire oggetto del concreto accertamento della presenza di principi attivi".

 

5 - Controcontrordine del 15 gennaio 2009

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. 871/2008), ribaltando una sua precedente rinuncia in merito, ha stabilito che la coltivazione anche di una semplice piantina di cannabis costituisce reato.

I Giudici della Corte hanno infatti evidenziato che per "la giurisprudenza costante – pur con alcune perplessità della dottrina – ha costantemente ritenuto che la coltivazione non autorizzata di piante, dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti o psicotrope, costituisce un reato di pericolo presunto o astratto, essendo punito ex se il fatto della coltivazione, senza che per l'integrazione del reato sia necessario individuare l'effettivo grado di tossicità della pianta e senza che occorra fare riferimento alcuno alla sostanza stupefacente che da essa si può trarre e che può dipendere da circostanze contingenti, connesse alla sua crescita, al suo sviluppo ed alla sua maturazione".

 
NOTA: Forse bisogna cominciare a togliere gli spinelli ai giudici.
 

a meno che tu non sia un rasta

 

Secondo la Cassazione (11 luglio 2008) si può essere in possesso di un etto di marijuana senza commettere reato.

A patto che tu sia una rasta che usa l'erba per la meditazione. Infatti secondo il Rastafarianesimo la marijuana è un'erba meditativa che aiuta nella contemplazione e nella preghiera.

 
NOTA: Se vuoi farti le canne senza rompiglioni, devi farti crescere le trecce e dichiararti rasta. CAPITO?
 

SI PUO' INSEGNARE A MENDICARE?

 

La Cassazione ha annullato la condanna inflitta dai giudici napoletani a una nomade già condannata in precedenza perché il reato non è "riduzione in schiavitù" ma "maltrattamenti in famiglia".

Una madre che va a mendicare portando con sé i figli piccoli risponde di maltrattamenti ma non di riduzione in schiavitù. A patto però che il tempo dedicato all'accattonaggio sia limitato a poche ore al giorno. Con un'articolata sentenza la Cassazione affronta il "labile" confine tra riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia o esigenze dettate dalla forte povertà, e tenta di giudicare "con equità" quelle situazioni in cui "la richiesta di elemosina costituisce una condizione di vita tradizionale molto radicata nella cultura e nella mentalità di alcune popolazioni" come quella rom dove i genitori mendicano per le strade assieme ai figli.

Invita inoltre a "non criminalizzare condotte che rientrino nella tradizione culturale in un popolo"

 
NOTA: Giusto l'annullamento della sentenza poiché non si tratta di schiavitù ma di sfruttamento di minori. Pazzesca la motivazione. Se applicata ai figli di mafiosi si potrebbe dire che anche loro subiscono "una condizione di vita tradizionale molto radicata nella cultura e nella mentalità" delle loro famiglie e quindi ciò costituirebbe una attenuante per i loro delitti.
 

investire con l'auto e uccidere e' grave? DIPENDE

 

Stefano Lucidi è stato condannato a 10 anni per omicidio volontario per l'incidente accaduto sulla Nomentana, a Roma, nel quale persero la vita 2 ragazzi. Nel maggio 2008 aveva investito e ucciso i due ragazzi mentre guidava sotto effetto di droga e alcool.

 

Marco Ahmetovic, il 22enne rom la sera fra il 22 e il 23 aprile 2007 travolse e uccise, mentre era alla guida del suo furgone, ubriaco, quattro ragazzi di Appignano del Tronto e per questo condannato lo scorso ottobre a sei anni e sei mesi di reclusione ai domiciliari. Per scontare la pena è stato scelto un residence in riva al mare. E' anche stata messa in vendita una serie di gadget col marchio "Linearom" che ha avuto lo stesso Ahmetovic come testimonial.

 

Ashim Tola, albanese di 34 anni residente a Piacenza, nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2007, alla guida di un’Audi A4, ha travolto e ucciso quattro giovani cremonesi a Castelvetro Piacentino. I quattro amici tornavano a casa dopo una serata trascorsa in compagnia, quando sulla loro Seat Leon piombò a forte velocità l'auto di Tola che, subito dopo l’incidente fu sottoposto all’alcol test, evidenziando nel suo sangue valori tre volte superiori al consentito. L'albanese ha patteggiato tre anni di carcere per omicidio colposo plurimo e 1.180 euro di multa. Usufruendo del condono, non farà un giorno di carcere.

 
NOTA: Che strane leggi abbiamo in Italia: per lo stesso reato si va da una pacca sulle spalle a dieci anni di carcere. In realtà per la legge italiana l’omicidio colposo prevede una pena da uno a cinque anni se è connesso a violazioni della disciplina della circolazione stradale. La pena può essere aumentata nel caso di morte di più persone, ma non può comunque superare i 12 anni. Bisognerebbe informare anche i giudici.
 

resistere alla violenza puo' diventare una colpa

 

Romulus Mailat, il romeno che la sera del 30 ottobre 2007 stuprò ed uccise la signora Giovanna Reggiani vicino alla stazione di Tor di Quinto, agì da solo. Ed ha avuto la condanna a 29 anni in primo grado e non l'ergastolo perché «la Corte, pur valutando la scelleratezza e l'odiosità del fatto, commesso in danno di una donna inerme e, da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che omicidio e violenza sessuale sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori: la completa ubriachezza e l'ira dell'aggressore, e la fiera resistenza della vittima».

Lo sostiene la motivazione della sentenza della Corte d'Assise presieduta da Angelo Gargani. Secondo la Corte, è anche l'incredibile forza d'animo della Reggiani ad aver attenuato le responsabilità dell'assassino: «In assenza degli stessi fattori — si legge — l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi ». Mailat, invece, a causa della reazione della vittima «non riesce ad averne ragione a mani nude» e deve usare il bastone.

 

NOTA: Se vi trovate a camminare da sole in un luogo poco frequentato, magari di sera, e venite improvvisamente aggredite da un romeno ubriaco che ha solamente l'intenzione di violentarvi e derubarvi, fate attenzione a non opporre resistenza. Ciò infatti potrebbe aggravare la vostra posizione di fronte alla giustizia. Nel caso infatti che questo signore, per poter compiere la sua opera, fosse costretto a ricorrere ad una violenta bastonatura con conseguente vostro decesso, la vostra morte potrebbe essere addebitata al vostro scriteriato comportamento.

 

CASO INSOLITO MA EMBLEMATICO di un magistrato pazzo

 

Nel 1991 il Csm apre una procedura di dispensa dal servizio per un magistrato. Secondo la perizia di una commissione medica composta dal professor Vittorio Volterra, ordinario di clinica psichiatrica all'Università di Bologna, dal professor Emilio Ramelli, ordinario della stessa disciplina a Ferrara e dal dottor Andrea Andreani, aiuto di servizio psichiatrico della Usl 23 di Imola, questo magistrato presentava anomalie della personalità inquadrabili nella nozione di "disturbo di personalità con struttura di pensiero di tipo paranoicale". Per tanto doveva essere considerato come infermo mentale.

Questo magistrato, che ha esercitato a Modena ed a Venezia in corte d'Appello, si oppone alla richiesta di ridurre le sue funzioni ed anzi avanza istanza per l'idoneità alla Cassazione. Fortunatamente respinta.

Però al nostro magistrato è stato concesso per anni di esercitare la sua attività giudicatrice, seppure in comprovato stato di follia.

 
NOTA: Ecco perché non servono gli esami psichiatrici ai giudici. Tanto se ne fregano. L'importante è non capitare sotto le grinfie di quel giudice.
 

scarcerazioni facili

 

Angelo Izzo, uno dei condannati per il massacro del Circeo, una storia di sevizie, torture e omicidio del 1975 era stato rimesso in libertà. Attualmente Izzo si trovava a Campobasso in regime di libertà vigilata. I cadaveri di due donne, una madre e la figlia di 14 anni, sono stati trovati dalla Polizia durante la perquisizione di un casolare nelle campagne di Mirabello, piccolo centro alle porte di Campobasso, nell'operazione che ha portato all'arresto di Angelo Izzo.

 

Michelangelo D'Agostino, già autore di 15 omicidi, ha usufruito di una licenza concessa dal magistrato di sorveglianza di Modena Angelo Martinelli. E' stato nuovamente arrestato per il nuovo assassinio di Mario Pagliari.

 

Graziella Cristello aveva ucciso il marito 5 mesi prima a colpi di pistola. Il giudice delle indagini preliminari Valeria Costi, le ha concesso scarcerazione ed arresti domiciliari.

 

Sandro Lo Piccolo, figlio del boss Salvatore, accusato di reati vari e non di secondo piano, è stato scarcerato un mese dopo l'arresto dal presidente del tribunale del riesame Alfredo Morvillo.

 
NOTA: Tutti sostengono di aver applicato la legge per giustificare un evidente errore.
 

cassazione: insulti ammessi - insulti vietati

 

 

INSULTI ASSOLTI

 

 

INSULTI CONDANNATI

- VAFFANCULO

- FASCISTA

- SPORCO NEGRO

- ROMPICOGLIONI

 

- TI VENGA UN TUMORE

- RACCOMANDATO

- SCEMO

- STRONZO

 
Raccolta da sentenze della Cassazione. Quali sono le differenze sostanziali? Nessuna, dipende dall'opinione di chi emette la sentenza.
 

magistrato in ferie = detenuto in galera

 

La Procura della Repubblica di Pescara ha chiesto al Tribunale di concedere gli arresti domiciliari all'ex Presidente della Regione, Ottaviano del Turco, non essendoci pericoli di reiterazione del reato, di fuga o di inquinamento delle prove.

Il giudice titolare dell'inchiesta doveva solo firmare l'atto di scarcerazione. Peccato che era in ferie.

Allora poteva provvedere il suo capo. Ma anche quello era in ferie.

 
NOTA: Qualche giorno di carcere in più o in meno che cosa conta..... per chi è in ferie?
 

terrorista in marocco = brava persona in italia

 

Tre anni fa l'imam di Varese Abdelmajid Zergout era stato arrestato con l'accusa di terrorismo internazionale. Nel 2007 però è stato assolto dal Tribunale di Milano e scarcerato.

Agosto 2008 - La magistratura marocchina ha emesso un mandato di cattura a carico dell'imam per terrorismo internazionale e così è stato nuovamente catturato in attesa di una eventuale estradizione.

 
NOTA: Speriamo che i magistrati marocchini siano più svegli e ce lo tolgano.
 

CHE COSA FA UN PIROMANE IN LIBERTA'? INCENDIA

 

Alessandro Ughetto, 35 anni, Il 23 dicembre venne fermato dai carabinieri e poi messo agli arresti domiciliari. A Giaveno (Torino) nei cinque giorni precedenti al primo arresto, erano andate a fuoco tredici automobili e il portone di un cantiere. Giorni prima, quando era stato fermato mentre incendiava una catasta di legna, si era giustificato con il fatto di essere «disperato», aggiungendo che «voleva vedere il paese in fiamme». Tre anni fa rimase gravemente ferito dal rogo - causato da una fuga di gas - che devastò la casa di Vigevano (Pavia) in cui viveva.

Il giudice ritenuto che "non ci siano pericoli di reiterazione del reato" ha concesso gli arresti domiciliari.

Il piromane ha festeggiato il capodanno dando fuoco a due automobili prima di essere bloccato dai militari. Dopo il nuovo arresto ha detto che si sentiva solo e depresso a causa di un litigio con il padre.

 
NOTA: E il giudice che dice? Nulla, che cosa c'entra lui con le auto bruciate?
 

LINEA DURA CONTRO CHI GUIDA UBRIACO

 

Roma. Una pattuglia di carabinieri ha notato un'auto che nei pressi del Colosseo eseguiva manovre pericolose. Hanno intimato l'alt e si sono trovati di fronte a un giovane di 26 anni, tanto ubriaco da non reggersi in piedi. Non fosse incappato nel posto di blocco, lo sciagurato avrebbe potuto contribuire a incrementare il bilancio tragico delle morti assurde. Reso esperto da precedenti esperienze, il giovane si è rifiutato di sottoporsi al test alcolemico, ma poiché la sua ubriachezza era più che manifesta, gli è stata ritirata la patente. Non basta.

Da un controllo sulla banca dati, è emerso che già nel luglio scorso questo giovanotto era stato privato della patente perché sorpreso a guidare con un tasso alcolico nel sangue superiore di oltre tre volte al limite consentito. Ma com'è possibile che a due mesi di distanza dal fattaccio avesse ancora il permesso di guidare? Semplice, il giudice di pace di Roma aveva annullato il ritiro della patente.

Incurante del fatto che già nel 2006 allo stesso giovane era stata ritirata la patente per un colpo doppio: era stato sorpreso a guidare sotto l'effetto dell'alcol e della droga.

 
NOTA: A cosa serve inasprire le pene? C'è sempre un giudice che da una mano.
 

RUBA LA MOTO MA DEVE RESTITUIRE SOLO IL MOTORE

 

Nel 2001 gli rubano la moto che viene ritrovata due anni dopo con il presunto ladro in sella. Il giudice anziché restituirla al legittimo proprietario la restituisce al balordo. Il togato ha infatti accolto gran parte delle pretese avanzate dalla "mano lesta", che attraverso l'avvocato aveva sostenuto di aver apportato parecchie e costosissime modifiche al veicolo. Investimenti economici del tutto arbitrari, ma che evidentemente, secondo la legge (o una sua personalissima interpretazione), diventa una sorta di "usocapione".

L'epilogo della vicenda: al proprietario della moto vengono dunque restituiti solo i pezzi su cui sono ancora leggibili i numeri della matricola, motore e carter, mentre il resto dell'Harley Davidson viene riaffidata all'altro uomo. Dopo un calvario lungo sette anni, è infatti di un mese fa la "sentenza pazza" di cui è rimasto vittima un noto ristoratore romano, Roberto Simmi, proprietario dell'Osteria Romana di via San Paolo alla Regola.

Un mese fa, dopo la sentenza, il ladro ha fatto sapere al ristoratore che era disposto ad offrigli 1.500 euro per quei due pezzi che il giudice gli aveva restituito. Tre milioni per parte di una moto che a Roberto ne era costata 35. Insomma: oltre al danno, anche la beffa.

 
NOTA: Ma il danno della perdita della moto chi lo paga? Il giudice?
 

INNOCENTI IN GALERA

Il maresciallo infangato dal pentito e il sardo liberato dopo trenta anni d'ingiusta detenzione.

 

Su ordine della direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Napoli viene arrestato Antonio Bolognesi, comandante della stazione dei Carabinieri di Pinetamare nel Comune di Castelvolturno. Il maresciallo, 28 anni di onorato servizio nella Benemerita, è accusato di corruzione, favoreggiamento e marchiato a fuoco come «talpa dei Casalesi». Prove, riscontri, indizi gravi? No, a lanciare le accuse è un pentito fresco di giornata, tale Oreste Spagnolo, già uomo-mitra del gruppo di fuoco del boss, Giuseppe Setola. Da notare che Setola è uccel di bosco e continua ad ammazzare -è lui il mandante dell'eccidio dei sei africani di Castelvolturno-. C'è da fidarsi di un suo killer pentitosi due minuti fa? Ebbene, il maresciallo si fa 4 giorni di galera, solo 4, perché il gip non convalida l'arresto. Infatti, le rivelazioni del pentito sono oggettivamente contraddittorie e, infine, del tutto prive di riscontri. Il neocollaboratore di giustizia afferma che il maresciallo Bolognesi accettò denaro ed altri regali dai camorristi. Quando, dove, quante volte, da chi? L'accusatore non può rispondere, perché nulla sa, nulla ha visto, di niente è stato testimone.

Ma il procuratore di Napoli ed i suoi sostituti, prima dell'arresto-spettacolo e della gogna mediatica a danno di un servitore dello Stato, non potevano cercare i dovuti riscontri e verificare l'attendibilità del sicario neo-pentito?

 

Questa la storia di Melchiorre Contena, pastore di Orune. Il 18 luglio 2008 la corte d'assise d'appello di Ancona ha messo fine a un incubo durato trent'anni, spazzando via l'accusa terribile di sequestro di persona e omicidio che aveva sprofondato Melchiorre Contena nel buio universo chiuso del carcere. E' l'epilogo di una complicata e contraddittoria storia giudiziaria che ha visto pronunciarsi per quattro volte i giudici di merito e per due quelli di legittimità. Senza contare due pronunce in risposta alla richiesta di revisione del processo. La sentenza finale, quella che stabilisce che Melchiorre Contena è innocente, arriva però quando la pena è già stata scontata.

Trent'anni prima era stato condannato per il rapimento e l'omicidio di Marzio Ostini, imprenditore milanese di 38 anni, sposato e padre di un bambino di sei, prelevato nella tenuta di Armatello, a San Casciano Bagni, nel Senese.

Nel 1993 Antonio Soru e Mongile, tre anni dopo, raccontano che il sequestro era stato organizzato da loro e da Salaris e che quest'ultimo aveva ucciso l'ostaggio con un colpo di piccone in testa perché aveva paura di essere scoperto. Le loro confessioni sono suffragate da robusti riscontri.

Ciononostante la corte d'assise d'appello di Ancona dice no alla riapertura del processo. Solo nel maggio del 2004 la Cassazione interviene e trasmette gli atti del processo alla corte d'assise d'appello dell'Aquila che, nel luglio scorso, dice che Melchiorre Contena è innocente.

 
NOTA: Meglio tardi che mai.

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