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LA CONOSCENZA SEGRETA
 

  COME RIPUDIARE LA SINISTRA E VIVERE FELICI 

 

Vincitore del premio Pulitzer autore e commediografo americano David Mamet era una volta - come lui stesso chiamato - una "morte cerebrale liberale".

Ora non più.
Lui è sempre stato un Liberal, un progressista, un uomo di sinistra, un tipo «giusto» per la cultura newyorkese. Succede però che poche settimane prima delle elezioni di Obama scrive: «Per anni sono stato un trinariciuto liberal. Ma non lo sono più». David Mamet è passato sull’altra sponda.

In questo libro nuovo e potente, spiega perché.

 
 
agosto 2011

Tutte le religioni hanno origine dagli stessi universali bisogni. Ognuna comprende concetti come rispetto, obbedienza, misericordia, studio, preghiera e sottomissione. Ogni religione ordina e sottolinea in maniera differente questi elementi, ma la loro radice è identica: il desiderio di comprendere il Divino e i suoi orientamenti per l’umanità. Allo stesso modo l'impulso politico, comunque si manifesti, deve procedere da un'universale esigenza di dare ordine alle relazioni sociali.
Le emozioni possono elevare concrete differenze di schieramento al piano spirituale o dottrinale (rendendole inconciliabili). Per esempio è probabile che i Democratici più dei Repubblicani credano alla buona fede dei terroristi catturati mentre combattono contro il nostro Paese, e che molti Liberal di origine ebraica credano più alle dichiarazioni di Hamas che a quelle di Israele. Durante le elezioni del 2008 al centro dei programmi di entrambi i partiti c'era la necessità di cambiamenti in campo ambientale, sociale e finanziario. La Destra riteneva che un ritorno ai principi della tradizione avrebbe fermato la corsa verso la bancarotta e i pericoli geopolitici che corriamo. Suggeriva politiche di conservatorismo sociale, un maggiore e più flessibile sfruttamento delle risorse naturali, tasse più basse e forze armate più potenti. L'opinione della Sinistra era che il Cambiamento in se stesso fosse un bene - che il problema non dovesse essere trattato ingegneristicamente (con atti la cui efficacia fosse storicamente dimostrabile) ma che dovesse essere affrontato psicologicamente, identificando «il cam­biamento in se stesso» come soluzione.
La sottostante questione, comune a entrambe le parti era come gestire i cambiamenti necessari; la risposta dei conservatori - maggior sfruttamento delle risorse e limita­zione delle spese superflue - appare di fatto l'applicazione di buoni principi di amministrazione; quella dei liberai una rinuncia ad essi. Ognuna delle due parti aveva proposte nel campo della sicurezza: i Liberal suggeriscono la politica della distensione, i conservatori un aumento degli ar­mamenti; ogni parte appariva interessata ai temi della giustizia: i conservatori ritengono che questa possa essere raggiunta con una severa applicazione del concetto di sovrani­tà della legge, i Liberal con la concessione di più diritti.
Le mie prime opere teatrali si occupavano di capitali­smo e affari. Il tema mi coinvolgeva dato che stavo tentando di mantenermi e come molti altri giovani uomini o donne mi ero trovato di fronte a una ostinata realtà: il mondo sembrava non accorgersene. In quel periodo non mettevo in discussione il mio presupposto «tribale»: il capitalismo è un male. Anche se, allo stesso tempo, sul piano pratico non ho mai agito di conseguenza. Cercavo di mantenermi, co­me tutti quelli che non vivono a spese dello Stato, operan­do nel libero mercato. Allora mi piacevano - anzi, come molti miei contemporanei ne avevo un rispetto sacrale - i lavori propagandistici di Brecht, e la sua condanna del capitalismo. Più tardi mi è venuto in mente che anche le sue opere erano tutelate dal diritto d'autore, e che anche lui, esattamente come me, viveva grazie ai meccanismi del li­bero mercato. Il suo atteggiamento di protesta non derivava, né avrebbe potuto, dal suo comportamento. Allora perché si dichiarava comunista? Perché era una scelta vincente dal punto di vista commerciale. L'ammirazione del pubblico verso le sue opera lo manteneva economicamente; così come Marx era stato mantenuto dalla fortuna che la famiglia di Engels aveva messo insieme vendendo mobili; così come le università, fondate e finanziate dal sistema della libera impresa -e cioè dall'accumulazione di ricchezza- ospitano, sostengono, viziano generazioni di giovani impegnati in dissertazioni sui mali dell'America.
Non possiamo vivere senza lo scambio. Una società non può progredire né migliorare senza un eccesso di reddito disponibile. E questo eccesso può essere accumulato solo grazie alla produzione di beni e servizi che la gente considera necessari o desiderabili. Un sistema finanziario che lo consente conduce alla disuguaglianza; un sistema che non lo consente alla fame di massa. A Brecht, un tedesco dell'Est, i comunisti consentivano di tenere i suoi soldi e di vivere negli agi svizzeri, vero animale da fiera del comuni­smo. E quello che è riuscito a portare a casa, in ogni caso, non deve essere visto come una condanna ma come una consacrazione del potere della libera impresa. E lo stesso vale per la passione, apparentemente insradicabile, verso il dirigismo statale. È il libero mercato delle idee a mantenere sulla cresta dell'onda questa assurdità, così come fa per ogni altro tipo di divertimento disprezzato e definito «stupido» dalla sinistra. Ma la finzione del Dirigismo Statale, dell'Economia pianificata è nella sua essenza, un reality show, vale a dire un imbroglio. E in generale le Buone Cause della sinistra sono come le gare automobilistiche che si corrono nei circuiti americani: offrono l'eccitante distrazione di vedere le auto che girano in un cerchio ma non vanno da nessuna parte.

Chi non vuole la giustizia? Ognuno di noi naturalmente la vuole per sé e tutti, salvo pochi senza senso morale, capiscono che dobbiamo essere giusti gli uni con gli altri. Il problema è la sua distribuzione, perché la giustizia non può essere infinita. C'è una finita quantità di tempo, conoscenza saggezza e denaro. E dunque mettere tasse senza limiti, anche nel tentativo di perseguire la giustizia, non può che causare ingiustizia da qualche altra parte. Si può essere giusti nei con­fronti delle foreste, ma si impoveriscono i boscaioli e si aumentano i costi per costruire nuove case; se a tutti i detenuti si consente un accesso illimitato a tutti i tribunali, per i quali tempo ed energia sono finiti come ogni altra cosa, ad altri postulanti bisognerà imporre delle restrizioni. Per quanto mi riguarda la rivelazione è stata la lettura di «La strada della servitù» di Friedrich Hayek: è stato lui a spiegarmi che c'è un costo per ogni cosa, non c'è nulla che non abbia un costo, e l'energia impiegata per A non può essere usata per B. Ed è questo il significato di costo: la rinuncia ad altri impieghi del denaro. Hayek scriveva che non ci sono soluzioni ma solo compromessi: il denaro speso in vigili urbani non può essere speso in libri. Entrambi sono necessari, una scelta bisogna farla e questa è la tragica realtà della vita. Tutto mi è diventato chiaro. E, come per la sequenza di Fibonacci ho iniziato a vederne l'applicazione dappertutto. Milton Friedman ha fatto notare che il sofisma: «Un Paese in grado di mandare un uomo sulla Luna dovrebbe provvedere a garantire pasti gratis nelle scuole» manca il bersaglio. Il paese non può garantire pasti gratis nelle scuole proprio «perché» ha mandato un uomo sulla Luna: i soldi sono sempre quelli. L'ho capito perché anch'io ho un libretto degli assegni, e leggendo ho realizzato che l'equazione non è diversa a livello nazionale: «denaro» è un concetto finito e bisogna fare delle scelte. I soldi, ho capito più tardi, sono solo un modo efficiente per dare conto della produzione di ciascuno, del suo lavoro e della capacità che questo lavoro ha di provvedere utilità per gli altri. Più il denaro circola, più tutti ne traggono beneficio. E lo Stato può fare poco o nulla se non sprecare quanto è stato prodotto. Potrebbe tassarlo o confiscarlo ma non potrebbe distribuirlo con un grado di giustizia maggiore di quanto può fare il mercato libero; potrebbe e dovrebbe allora provvedere solo a quei servizi che il mercato libero non è in grado di garantire: le strade, le fogne, i tribunali, l’illuminazione pubblica, il sistema legislativo e la difesa comune. Il pensiero che possa fare di più è un'indimostrabile illusione. Certo lo Stato può dichiarare di poter fare di più, visto che burocrati e legislatori giocano sul bisogno umano di guida e di certezze, e naturalmente, sul nostro desiderio di giustizia. Ma la probabilità è che chi opera all'interno della struttura statale, di destra o di sinistra, tenti di sfruttare la sua posizione come farem­mo io o voi: e come per Brecht è probabile che lo faccia sia per approfittare dell'umana credulità sia per alleviare i bi­sogni dell'uomo. La politica, allora mi sembrava, come il business, una divertente collezione di presunzioni, errori e conflitti - una pozza d'acqua lasciata dal mare, ideale og­getto di studio per i naturalisti.

Ho scritto una commedia politica. Per il giorno del Ringraziamento è venuta a casa nostra un'amica. Era arrivata in aereo da Washin­gton passando per Los Angeles, e la cabina di prima classe del suo aereo era occupata da due tacchini «graziati» dal presidente Bush, e venduti o dati in prestito alla Disney per la parata del Ringraziamento di Disneyland. Questo incrocio di due trovate da cattivo pubblicitario mi ha irresistibilmente indotto a inventare.
Dato che tutti sono venali per natura e che i politici lo sono, doppiamente, anche per professione, non era evidente che un presidente non avrebbe graziato i tacchini se non per qualche calcolo? La mia immaginazione vedeva un presidente a poche settimane dal giorno del voto e senza possibilità di essere rieletto. Il suo partito aveva smesso di occu­parsi della sua corsa senza speranza. Gli si chiedeva di graziare un paio di tacchini in cambio di un piccolo contributo elettorale. Ma lui ha un'ispirazione e dice a tutti i produttori di tacchini che vuole 200 milioni di dollari o concederà il perdono presidenziale a ogni tacchino d'America. Fin qui tut­to bene, ed ora arriva il bello - per convincere gli americani a sostenere il suo divieto di uccidere i tacchini, assume il genio tra i più famosi speech writer. Lei, una lesbica, è appena tornata dalla Cina, dove insieme con la sua partner è andata per acquistare un bambino. La donna dice che scriverà il discorso solo se il presidente in cambio la sposerà con la sua compagna in diretta su un canale nazionale.
La trama è abbastanza divertente. E il soggetto è che non solo siamo tutti umani, ma, meglio, che siamo tutti america­ni.
Ecco Clarice Bernstein (la speech writer) mentre legge una bozza del discorso a Charles Smith, il presidente.
Il collega o la collega alla macchinetta del caffè? Non co­nosciamo come la pensano politicamente. Giudichiamo il loro carattere da semplici cose: se sono educati, puntuali, se sanno ascoltare e riescono ad andare d'accordo, badiamo al fatto se tengono ben verniciata la loro staccionata. Non sappiamo per chi votano. Non sappiamo che cosa fanno a letto. Chi sarebbe così irrispettoso da fare domande? Se guardate ai sondaggi sembra che siamo una nazione divi­sa, ma non è così. Signore, siamo una democrazia. Abbia­mo differenti opinioni. Eppure: ridiamo allo stesse barzel­lette, ci battiamo una mano sulla spalla quando abbiamo raggiunto gli obiettivi aziendali del mese; e Signore, non sono così sicura che non ci amiamo gli uni con gli altri.
Alla fine destra e sinistra, etero e gay, si riconciliano, e ogni cosa va a posto grazie al deus ex machina, Chief Dwight Gracile, di un movimento fondamentalista di destra, arrivato per assassinare il presidente, e l’ultima battuta è «Dio, io amo questo Paese». Anch'io lo amo. E il mio amo­re più ci penso, più aumenta. E considero quest'opera co­me una lettera d'amore all'America.
Un giornale locale di New York stroncò la commedia. Il loro critico teatrale era offeso, la trovava politicamente scorretta, giudizio nel quale si è dimostrato sorprendentemen­te acuto.
Visto che la vicenda si complicava il Village Voice mi chiese di scrivere un articolo sulle idee politiche che stavano alla base della piéce. Ho scritto un saggio intitolato «Educazione politica», che spiegavate mie idee. In ogni caso sapevo che il Village Voice (a) è sempre stato la voce della sinistra; e (b) nel corso degli anni ha sempre accettato molto a malincuore i miei lavori. Così ho usato un trucco per metterli in trappola. Ho iniziato il mio saggio con un aneddoto sullo stesso Village Voice. Quello di Norman Mailer quando recensì la prima rappresentazione di «Aspettando Godot» sul Village Voice e la definì «spazzatura». Poi andò a casa e ci pensò su. Tornò a rivedere un' altra volta lo spettacolo. E a quel punto lo riconob­be come l'opera di un genio e comprò una pagina sullo stesso «Village Voice» per ritirare la sua recensione, profondendosi in mille modi. Ho iniziato il mio articolo con questo aneddoto e ..aha... The Voice ha abboccato all’amo e pubblicato l'articolo. Mettendogli però un altro titolo: «Perché non sono più un trinariciuto liberal». Il giornale di New York, furibondo, ha recensito un'altra volta la mia opera teatrale, esprimen­do un giudizio ancora peggiore della prima. Da allora sono stato adottato dalla destra. Poi mi hanno chiesto di scrivere un libro di politica. E, usando le parole di Gertrude Stein, io l'ho scritto. Ed è questo.

IL REALITY AMERICANO
Qualcuno, non mi ricordo più chi, ha scritto: «come tutti gli scrittori prolifici, era molto pigro». La frase è perfetta per me. Scrivo e produco molto e mi capita di guardare l'elenco, lungo e variegato, delle cose che ho fatto come un ostinato scialacqua­tore controlla la lista completa dei suoi debiti. La cosa mi riempie di vergogna. Perché? Forse perché nulla di quello che ho fatto mi è sembrato un lavoro. Al massimo una possibilità di evasione. Chi sarebbe così sciocco da dover placare i suoi peggiori pensieri lavorando così tanto? In ogni caso mi è stato concesso un dono: trascorrere i miei giorni rendendo piacevole ciò che piacevole non è. Chi mi ha fatto questo regalo? La società in cui vivo, che ha trovato i miei lavori abbastanza divertenti da pagarmi per star se­duto tutto il giorno e continuare a fare quello che ho fatto finora. Aver tempo libero per riflettere, quasi alla fine di una lunga carriera, mi porta a ringraziare Dio perché mi consente di vivere in una società relativamente libera da ogni controllo dello Stato. Una società in cui i cittadini possono esprimere la loro «vera» diversità, e cioè quella di pensiero. Certo, i miei lavori non piacciono a tutti. Ma io, quando scopro quello che non piace, sono libero di inseguire i gusti del mercato, di continuare come prima, o di smettere del tutto. In breve: sono libero di sbagliare, che è come dire che sono libero di avere successo, e, nel caso, di godere di ogni singola cosa che il successo può regalarmi. Questo non è semplicemente il sogno americano, è la realtà americana. E il fatto di averlo capito mi ha indotto a scri­vere questo libro.
Ho avuto modo di parlare con qualche conservatore solo a 60 anni di età. Il mio rabbino, Mordecai Finley, moderato, e membro fondatore del tempio Endre Balogh, si è preso la briga di darmi retta. E sono rimasto impressionato non dalle sue idee politiche, che al tempo per me non volevano dire molto, ma dalla sua gentilezza e pazienza. Mi ha dato un libro, White Guild di Shelby Steele, e mi ha fatto riflettere sulla risposta a una difficile domanda: «Che cosa vuoi, la verità, o una bugia...?». Avendo trascorso la mia vita in teatro so che dalla gente si può plasmare un pubblico, cioè un gruppo di persone che rinunciano per un paio d'ore a parte della loro razionalità per godere di un'illusione. Poi, quando ho iniziato a leggere e scrivere di politica, ho capito con orrore quanto sia facile trasformare la gente in una massa informe e irrazionale. Ho capito che a creare questa massa possono essere quelli che più approfittano dalla rinuncia a ragione e libertà. E ho capito infine che questi ultimi sono i politici. Allora la mia domanda è diventata: dato che non possiamo vivere senza governo, come dobbiamo trattare quelli che sono orientati ad abusarne -i politici e i loro manutengoli? Il tentativo di risposta a questa domanda è nella Costituzione americana - un docu­mento basato non sull'assunto filosofico che la gente è di fondo buona, ma sulla tragica confessione che è vero il contrario.

 

Ho esaminato in profondità il mio essere libe­rai e l'ho trovato simile alla dipendenza dal gioco d'azzardo: nonostante le possibilità di vincere siano scarse e la certezza di perdere evidente a chiunque conosca un po' di aritmetica, il giocatore, sbagliando una volta dopo l’altra, è convinto di possedere una qualche sorta di grazia che gli consenta di contrav­venire alle leggi naturali. E quando inevitabilmente arriva a essere disperato non mette sotto accusa la natura della roulette, o della sua delusione, ma si impegna a sviluppare un nuovo sistema di gioco, e a procurarsi nuovi fondi. Ho anche scoperto la grande perfidia del pensiero Liberal: quelli che si occupano di escogitare continuamente nuove Utopie di Stato, siano essi imbroglioni o sciocchi, lo fanno per mandare in rovina e ostacolare non se stessi, ma gli altri. (Qualche temo fa il presidente Obama ha detto: «Ad un certo punto bisogna essere in grado di dire: ho abbastanza soldi». Ma, una volta terminato il suo incarico, il signor Obama lo dirà di se stesso e della grande ricchezza di cui potrà godere? È lecito dubitarne.)
Mi sono reso conto che vivevo in uno stato di ignoranza, accettando passivamente un'illusione mai verificata e chiamandola «compassione», ma che c'era chi era abba­stanza coraggioso da non badare alle parole d'ordine dominanti ed a cercare razionalmente una coerente e praticabile comprensione delle relazioni umane. Per costoro la politica non è manipolare ignoranti e indecisi, ma dedicarsi alla difesa e all'affermazione di nobili principi fondamentali, per esempio quelli della Costituzione degli Stati Uniti. Mi sono reso conto che dichiarare di credere nella libertà politica e sociale degli individui, e di considerare un male la resa dei poteri dei cittadini allo Stato era difficile tra la gente in generale, letteralmente impossibile nell'ambiente Liberal. Eppure uomini e donne di coraggio hanno dedicato a questo le loro vite ed energie, senza farsi scoraggiare dal disprezzo e dalla mancanza di speranza. Mi sono anche reso conto che Destra e Sinistra non sono diversi per i loro programmi ma per i loro obiettivi: l’obiettivo della sinistra è un Paese gestito dallo Stato, e quello della destra la libertà dell'individuo dallo stesso Stato. I due obiettivi sono difficili da conciliare, dato che è impossibile indurre la sinistra a dichiarare realmente le sue intenzioni, o a valutare onestamente i risultati delle sue azioni.

 

La cultura inizia a evolversi prima della coscienza e precede dunque la società.

Considerate, scrive Friedrich Hayek, una legge non scritta ed universalmente accettata, che anticipa la codifica verbale: in uno scontro potenzialmente violento, chi è più vicino alla abitazione del suo nemico si ritirerà.

La cultura di un Paese, una famiglia, una religione, una regione è un compendio di tutte le leggi non scritte elaborate nel tempo attraverso gli inconsci adattamenti dei suoi membri - attraverso la pratica e l'errore. In generale è «la maniera in cui facciamo le cose qui». È nata dalla necessità umana di «farcela». Non nasce dall'ispirazione, dalla guida di un gruppo o di un individuo, ma evolve naturalmente: quello che funziona resta, quello che non funziona viene scartato. Questa evoluzione è stata indicata con il termine di «darwinismo sociale» ma la definizione, come insegna Hayek, è sbagliata. Darwin ha osservato che gli individui di una specie più adatti all'ambiente prosperavano e si riproducevano, rafforzando così la loro capacità di adattamento. Gli altri si estinguevano. Ma l'evoluzione di una cultura non avviene attraverso questo meccanismo, bensì attraverso l'imitazione. La cultura che ha dimostrato una positiva capacità di adattarsi è imitata dalle culture che ne percepiscono il valore; tutti possono adottare il comportamento benefico e prosperare. Il più grande riconoscimento per la generazione di immigrati dei miei genitori era: «Viene dal mio Paese». La qual cosa equivale adire: «Viene dal mio villaggio e dalla mia cultura e posso così prevedere come agirà». Questo non voleva dire che il loro connazionale era perfetto, o che la previsione era infallibile, ma che, condividendo una cultura, si poteva risparmiare una larga parte di quell'energia che altrimenti sarebbe stata spesa in autodifesa, e utilizzarla in maniera più produttiva.

Il grave errore del multiculturalismo è presumere che la ragione possa modificare un processo che si è svolto senza la partecipazione della ragione stessa, e con indicazioni e stimoli di gran lunga maggiori di quelli che la ragione è in grado di fornire. Thomas Sowell, nel libro Ethnic America, fa notare che i costumi dei gruppi etnici presenti sul suolo americano precedono la loro immigrazione (o il loro trapianto) negli Usa. E spesso derivano dalle necessìtà che quegli stessi gruppi etnici avevano dovuto affrontare nel loro Paese d'origine. Per esempio: gli ebrei sono storicamente un popolo senza uno Stato e per questo hanno dovuto investire tempo e denaro in quello che poteva essere trasportato senza pericoli di confisca: l'educazione. L'adattamento culturale è la base di quel agglomerato più conscio e sofisticato chiamato società, che potrebbe essere definito come l'accessorio derivato dalla cultura. Così come scrive Sowell, la cultura comune è un qualcosa che si possiede realmente, accessibile a ciascuno grazie agli sforzi di tutti, non solo oggi, ma nella storia.

Abbiamo tutti avuto l'esperienza della prima notte in una nuova casa e della scoperta dell'enorme quantità di bit informativi di solito in nostro possesso di cui non siamo consapevoli: la posizione e il funzionamento dell'interruttore della luce, il percorso verso il letto, il significato di un scricchiolio sul pavimento (è la casa che si sta assestando o è il passo di un intruso?). Queste innumerevoli abitudini acquisite nel tempo e senza una conoscenza consapevole dell'individuo, sia per quanto riguarda il loro contenuto sia per quanto riguarda la loro presenza, nella nuova casa vengono portate alla superficie e richiedono energia, attenzione e risposte. Il cursore culturale è stato rimesso a zero, la mente e lo spirito protestano. «Non riesco a seguire tutto in una volta». Così le prime notti in una nuova casa trascorrono insonni, con il desiderio di un po' di pace.

Prendiamo un'altra idea e un altro libro di Hayek: Fatal conceit: the errors of socialism (La presunzione fatale: gli errori del socialismo). Tra le presunzioni citate c'è un'idea sbagliata: che la mente umana possa essere capace di imitare il processo elaborato nei millenni da un meccanismo infinitamente più adatto allo scopo della stessa mente (il processo è l'interazione degli esseri umani, ognuno dei quali vuole qualche cosa dall'altro, e ognuno dei quali deve vivere insieme all'altro, il che vuoi dire adattarsi e trovare delle soluzioni).

 

L'attuale sviluppo sociale (opposto a quello culturale) deve sopportare il peso della presenza dei «Nobili ideali». Questi vengono definiti tali non perché la loro realizzazione abbia contribuito a migliorare la nostra vita ma in omaggio alla supposta buona volontà o allo status intellettuale dei loro sostenitori. Alla mente del lettore, a seconda del suo orientamento politico e morale, potranno venire vari tipi di esempi. Quanto agli obiettivi di questo testo si può dire che essi includono il femminismo, il controllo delle nascite, la diversità, l'amore libero, e la profusione di innovazioni controculturali nate negli anni '60.

La gioiosa improvvisazione di una nuova visione sociale conduce a effetti non diversi da quelli della prima notte in una casa nuova. Ed esige costi pesanti, facendo emergere a livello della mente cosciente (impreparata e inadeguata) decisioni elaborate nel tempo. Uno di questi costi è la confusione: femministe arrabbiate, maschi soli di mezza età, tribunali specializzati in divorzi, famiglie spezzate, bambini disperati e una crescente sfiducia non solo nella possibilità di armonia familiare ma nell'efficaciadelliberomercato.L'evoluzionemil-lenaria della famiglia come strumento di gestione dell'ambiente umano è stato scartata dalla mia fantasiosa generazione, in favore di un concetto non solo artificiale ma incompiuto: la libertà, il cui perseguimento ha condotto all'odierna infelicità. Prendete i film e le storie d'amore della tv. Quasi sempre mostrano un uomo e una donna che si disprezzano, ma che alla fine della storia arrivano a concludere che in qualche modo «appartengono» l'uno all'altro e che «ce la faranno». Purtroppo è il contrario della tradizionale storia di un uomo e di una donna che si amano e che sono separati dalle circostanze e che alla fine vengono uniti dalla loro abilità di superarle (il che equivale a dire che sono premiati dalla felicità grazie a un esercizio di volontà).

Il «Nobile ideale» (il concetto irrealizzabile) è destinato al fallimento perché è il prodotto di una coscienza incapace di riconoscere, non parliamo poi di valutare, ogni possibile variabile. L'individuo illuminato, socialmente consapevole, comunque fiducioso nel primato della mente, di fronte alla sconfitta torna all'ambiente che un tempo lo ha sostenuto e ora l'ha tradito - il suo inconscio - e si vendica abbandonandosi alla rabbia. Così ci si può chiedere non perché negli Stati Uniti ci siano delle stragi, ma perché avvengano nelle scuole. Gli adolescenti inquieti nati in famiglie difficili, trovano di solito sollievo nelle istituzioni che agiscono in supplenza dei loro genitori. Il ragazzo o l'adolescente a cui a casa vengono negati ordine e prevedibilità, può vedersele offrire nelle regole scolastiche: impara la lezione, vestiti, agisci in maniera appropriata, siedi, stai zitto. Anche se il ragazzo si lamenta, queste regole sono per lui una fonte di conforto. Perché sono prevedibili e impersonali. In quanto tali esse sono uno strumento perfetto per inculcare il rispetto per la legge, la tradizione e la proprietà, senza il quale il giovane non potrà avere successo nel più ampio e meno prevedibile mondo esterno alla scuola. Ma se la scuola, le sue materie, le sue regole ed aspettative sono imprevedibili, il raggiungimento dell'autonomia diventa per il giovane inimmaginabile e il mondo esterno, che il giovane sa di non essere in grado di gestire, non è più una realtà da affrontare dopo aver acquisito determinate abilità, ma una immediata e spaventosa emergenza. La scuola che insegna a padroneggiare competenze concrete, rafforza la fiducia del giovane nella sua capacità di saper gestirne altre; la scuola che si dedica all'opinabile (studi sociali, multiculturalismo, e altri temi del genere) lo indebolisce - perché, anche se sembra sostenere un suo qualche incompiuto senso di «giustizia sociale», offre all'adolescente affamato di certezze, un curriculum di insipido nutrimento intellettuale, e lo ricompensa per il fatto di ripetere a pappagallo la posizione imparata in classe.

Il college, un tempo praticabile corso di studi, disegnato permettere in grado l'individuo di mantenersi, è diventato almeno per quanto riguarda le Arti Liberali, un'estensione di un cattivo liceo, vale a dire, del terrore dell'adolescenza. L'esaltazione della «scelta» nel piano di studi, nel comportamento (con la glorificazione degli «stili di vita alternativi») a livello consapevole è un'idea affascinante per la mente orientata al piacere del diciottenne, ma in realtà è per lui profondamente destabilizzante. Perché il diciottenne sa che a un certo punto dovrà lasciare l'università, e cavarsela in un mondo per cui la gratificante parola d'ordine «scelta», non lo sta preparando. Gli studi di genere, il multiculturalismo, la semiotica, la decostruzione, la video art, e altre scempiaggini del genere, risultano gradevoli al ragazzo, visto che sembrano rafforzare il suo sentirsi adulto, sono in verità terrificanti, perché, di fronte alla perdita di autorità della scuola, questa finirà per espellere lo studente, confuso e impreparato, immergendolo in un mondo che, lui lo sa, non è per nulla interessato alla sua capacità di occuparsi di fesserie, e al contrario vuoi sapere da lui in che cosa può contribuire allo sforzo comune.

Così studiare in un college di Arti liberali, Scienze sociali o qualunque modo vengano chiamate oggi, è di fatto una perdita di tempo e denaro, una assoluta inutilità, salvo che per quella ostentazione di ricchezza e tempo libero che Veblen chiamava «consumo vistoso».

Un'educazioni ispirata alle Arti liberali è fondamentalmente un simbolo di status, che in quanto tale potrebbe teoricamente facilitare l'ingresso in una classe più alta, se l'ingresso dipendesse solo da questo. Eppure guardate i dottori in Arti Liberali riempire i sacchetti dei clienti alle casse dei supermercati. Negli Stati Uniti l'educazione a livello universitario sta vendendo un'illusione: che il figlio di genitori benestanti non debba far parte della forza lavoro del Paese - che avere delle competenze fungibili non sia necessario.

 

Il laureato in Arti liberali ha vissuto troppo al Luna Park. Come la donna in carriera che, nubile a 45 anni, scoprirà che le sue prospettive di matrimonio non sono più quelle di quando ne aveva 20 anni; e come il viveur di mezza età che capisce che le possibilità di amore e sicurezza familiare sono in contrasto con abitudini formate in decenni di appuntamenti femminili e di libertà.

Il modo di ragionare dei conservatori a questo punto prevede una domanda: «Ma qual è il risultato voluto di ogni decisione proposta, quale è la probabilità di successo e quali sono i costi? (e questi ultimi comprendono anche quelli di un possibile fallimento)». Ma per i pasticcioni che vogliono cambiare la società, questi costi non si possono conoscere e la loro somma è espressa in modo eufemistico come la «legge delle conseguenze non volute».

Le stragi nelle scuole e l'aumento delle iscrizioni per i corsi di specializzazione post laurea in Arti Liberali appaiono come due inconsci tentativi di adattamento a una cultura che si sta allontanando dall'esigenza di formare forza lavoro. Per quanto molto si sia detto sulla necessità del college, lo studio delle cosiddette Arti liberali in realtà non prepara a nulla. E l'adolescente, spaventato, abbandonato e al tempo stesso viziato dalla società, può, se perde la testa, impazzire e (a) uccidere, o, se è semplicemente spaesato, (b) chiudersi in un college, dato che non possiede la forza per crescere e andarsene.

 

E questo mi porta all'esempio dell'ascensore. Un gruppo di persone completamente estranee le une alle altre entra in un ascensore. Tutti si posizionano secondo modelli, consci e inconsci, di rispetto reciproco. A contribuire alla sistemazione sono inconsapevoli valuta-zioni relative ad altezza, sesso, età, ricchezza, status sociale ed educazione (così come vengono suggeriti dall'abbigliamento, dagli accessorie dall'atteggiamento), desiderabilità sessuale, e minaccia percepita. Non solo legati all'individuo ma all'individuo in quel determinato gruppo. Perché un soggetto sarà rispettato o meno non solo in base alle caratteristiche citate in quanto tali ma anche in considerazione di altri elementi: il mix di persone nell'ascensore, l'ora e la probabilità di fermate ai piani, secondo un modello che cambia a ogni arrivo e partenza e in base alle quali l'intero gruppo si redistribuirà. Questo processo preverbale e preintellettuale di adattamento è la base di ogni cultura. Ed evolve attraverso il raggiungimento di piccoli obiettivi condivisi ma inconsapevoli.

La civiltà è preceduta dalla cultura, elaborata nei secoli attraverso innumerevoli interazioni. La cultura può essere travolta dalla rivoluzione (che a quel punto diventa prevedibilmente Terrore), ma potrà evolversi solo alla sua velocità e in una direzione indicata solo dalle innumerevoli interazioni umane. E non in risposta a una volontà, comune o individuale, ma attraverso il meccanismo dell'interazione inconscia e verso una fine inconoscibile.

Nell'epilogo di Guerra e Pace Tolstoj scrive che il selvaggio, nel vedere la ferrovia, pensa che il treno sia l'effetto degli sbuffi di fumo, perché sono quelli che vede per primo. Ma non è il fumo la causa della locomotiva e cinque milioni di francesi non possono aver invaso la Russia perché Napoleone ha detto di farlo. Ovviamente, dunque, ci deve essere qualche altra forza più profonda al lavoro, una forza che non possiamo nemmeno capire. Il reale funzionamento di una cultura è profondamente misterioso.

 

Chi, come me, lavora nel mondo dello spettacolo, trascorre la sua vita a cercare di capire, prevedere e rovesciare il comportamento del pubblico. Ma lo sforzo è impossibile. Non solo il pubblico sceglie senza tener conto di lusinghe o di inganni, ma comunica le sue preferenze subito e senza l'apparente intervento della riflessione o di forme discorsive tradizionali, perché reagisce in maniera preconscia; riderà, piangerà, si addormenterà, sospirerà  o se ne andrà senza far riferimento alla ragione, come una entità collettiva che prende le sue decisioni in modo imprevedibile, secondo obbiettivi inesprimibili.

Le scelte del pubblico, dell'esercito di Napoleone, dei tizi in un ascensore, sono la rivelazione di un mistero. Se ne può avere un'idea vaga,ma non si può capire. E armeggiarci intorno vuoi dire correre dei bei rischi.

 

ALCATRAZ

Ero al Fairmont Hotel di San Francisco e guardavo Alcatraz da una finestra panoramica Ho chiesto a mio figlio di dieci anni: «Sai che cos'è?». «Sì», mi ha risposto, «È un'attrazione turistica, ma era un carcere federale».

Il mondo cambia. Non è interessante come imparano i bambini? Io lo sapevo dai film della Warner Bros, lui dove l'aveva sentito?Nel mio settore, lo spettacolo, si impara facendo e osservando. L'ultimo dei cameraman trascorre ore guardando la scena mentre si prepara una ripresa e le luci si accendono. Alla fine migliora e fa carriera fino al giorno in cui diventa direttore della fotografia. Non si può simulare l'esperienza di un fiasco di fronte al pubblico. Un fallimento non ha niente a che fare con il brutto voto di un insegnante che, dopotutto, è pagato per essere gentile o almeno per non perdere le staffe. Attori e sceneggiatori rimangono a scuola per risparmiarsi quel tipo di lezione. E rimangono a scuola perché non sanno fare di meglio. Il college dovrebbe teoricamente trasmettere delle competenze, ma di fatto serve anche ritardare l'iscrizione dell'adolescente alla vita adulta. Così, però gli si toglie la possibilità di subire e osservare l'interazione umana allo stato originale. Non può sorprendere allora che lo studente sviluppi un senso di immunità che, dopo la laurea, lo può portare a un ciclo di rifiuti e fallimenti o al tentativo di ritirarsi in un ambiente tutelato e in una atmosfera di protezione molto simile a quella di un grande college. Quest'ultima possibilità se è benedetto dalla paralizzante maledizione di non doversi mantenere.

(Perché i dottori in letteratura, cinema, studi di genere, e così via, finiscono nei negozi a mettere nei sacchetti la spesa dei clienti? Perché sono troppo vecchi per imparare un mestiere. La porta si è chiusa e la carriera universitaria ha mostrato di essere adatta solo a quello che in partenza si voleva evitare: un lavoro umile).

 

Dato che viviamo grazie al cervello e che il nostro cervello funziona con l'osservazione l'assenza di una esperienza reale del mondo conduce lo studente a conclusioni che fuori dalle aule delle università non servono a nulla o fanno solo danni. Se lo studente è ricompensato perché compiace l'insegnante imitando un comportamento che gli è stato indicato, è portato, come gli altri animali, ad applicare questo insegnamento nel mondo esterno. «Thomas Jefferson, terzo presidente, adultero, e schiavista». In laboratorio ottieni un un boccone. Fuori dal laboratorio - nessun boccone. Ovvia soluzione: mai lasciare il laboratorio. Ma è la sinistra che può provvedere al boccone per gli ex studenti. Non si tratta di una laurea ma di garantire la protezione del branco. Lo studente universitario non deve semplicemente abbassare una leva ma deve ripetere delle idee. E naturalmente arriverà ad apprezzare le idee la cui ripetizione lo premia. Penserà che queste idee stesse sono giuste. E come potrebbe essere altrimenti? Gli hanno procurato cibo e quindi sono giuste. Indiscutibili. Ma come una cavia da laboratorio lasciata in libertà, che cerca qualche cosa a forma di leva, lo studente/intellettuale, una volta liberato, sarà portato a cercare opportunità per esercitarsi nel comportamento appreso e meritare un premio. Che può essere di status o livello sociale. E di solito è la sicurezza di rimanere nel gruppo.

Le idee possono consolidarsi in una filosofia, vale a dire in una visione coerente del mondo, o possono consolidarsi in un elaborato sistema di simboli di riconoscimento, in una serie di gradi come quelli massonici. Che Guevara era un assassino di massa; e abbiamo il suo ritratto nella stanza dei nostri figli. Non quello di Charles Manson. Perché? Perché il Che cercava il potere per il popolo. Come facciamo a saperlo? Ce lo hanno detto. Ma, attenti, come politico non era diverso da Thomas Jefferson, e cioè era un uomo. Scusate: ma è diverso essere assassino di massa piuttosto che un adultero? «Ah, ma ho visto il suo ritratto nella stanza da letto di mio figlio». «Ingannerei così mio figlio?». Perché no. A voi lo hanno fatto. E anche a me.

Essere generosi è una cosa buona. Nessun dubbio. Ma, in ogni caso, che cosa vuoi dire essere generosi? La gentilezza per il malvagio è crudeltà verso il giusto. Da bambino ho letto la storia di quel monaco tibetano che lasciò la sua casa, camminò per migliaia di chilometri e poi scoprì, nascosta nella sua veste, una formica di un tipo che esisteva solo nel suo ormai lontano villaggio. Così tornò indietro per migliaia di chilometri per rimettere al suo posto la formica ed evitare di farle violenza. Ma quante ne calpestò durante la strada?

«Siate generosi quanto potete». È essere generosi dare qualche dollaro a un mendicante che probabilmente andrà a spenderseli per bere? È essere generosi approvare una legge sul settore immobiliare che sarà utile a qualcuno ma che danneggerà la maggioranza e porterà il nostro Paese al fallimento?

Il capitalismo è cattivo? Non il capitalismo che ha creato e mantenuto Stanford, Harvard o la Penn University, non quello che produce i nostri vestiti, le nostre auto o le nostre chitarre e ci procura il cibo e così via, e non quello che ci dà da lavorare e che ci fa guadagnare, o ha mantenuto i nostri genitori che a loro volta ci hanno mantenuto; e non gli affari che, noi nostri sogni, vorremmo fare («Santocielo, ho un'idea da un miliardo di dollari»). Ma abbiamo avuto il nostro boccone per aver ripetuto che il capitalismo è cattivo, Thomas Jefferson era un adultero, e il cerchio si chiude perché abbiamo avuto la nostra ricompensa. Così, mi raccomando, votiamo per alzare le tasse alle imprese, anche se, guardandoci attorno, vediamo che la California, con le più alte tasse d'America, è in rovina perché, a forza di tasse ha fatto scappare le imprese. E ancora: votiamo per un'economia in cui tutto è gestito dall' alto, perché certo il governo che distrugge ogni cosa che tocca, può gestire il settore dell'auto molto meglio dei manager.

Eppure Thomas Jefferson aveva degli schiavi. E questo è un Paese razzista. Domanda: Sei un razzista? Risposta: No. Domanda: Qual è stata l'ultima volta che hai sentito un commento razzista o hai visto un caso di discriminazione razziale a scuola o al lavoro? Ah sì,ma io ho avuto il mio boccone di cibo. Era buono ma mi è costato qualche cosa. E questo qualche cosa è una limitazione nella capacità di capire il mondo. Gli afroamericani pensano che questo sia un Paese razzista? Sono sicuro che essi notano ogni giorno più o meno sottili prevenzioni e pregiudizi. Un ebreo si accorge dell'antisemitismo, un non ebreo no. Così approviamo leggi sull' odio razziale, come se essere picchiati a morte diventi più gradevole se in più non si è insultati. Assicuriamoci che il governo, per eliminare totalmente «le incitazioni all'odio razziale», possa ergersi a giudice di ogni opinione - lo stesso Governo che ci spaventa anche se ci manda una semplice lettera. Certo, diamogli più potere, perché ho abbassato la leva e ho avuto un boccone di cibo. È un Paese di razzisti l'America, e di sfruttatori. Il capitalismo è cattivo. Israele è corrotto. Se identifichiamo in ogni interazione la presenza di una vittima (trova la vittima avrai un boccone) ci prepariamo a rinunciare all'abilità di identificare i problemi veri.

Ma forse c'è un'altra visone del mondo in cui ogni interazione umana non viene ridotta a un rapporto tra vittima e oppressore. Quale potrebbe essere? E quali capacità ci vogliono per vedere il mondo come un mercato delle pulci piuttosto che come un mercato di schiavi? La politica dell'identità riduce il mondo ai ruoli di vittima e oppressore. Ma c'è un altro modo per guardare al mondo? Per esempio, vogliamo valutare torti e ragioni nel conflitto mediorientale sulla base del colore più o meno scuro della carnagione delle parti coinvolte? Non è il governo federale che disprezziamo lo stesso di cui vogliamo aumentare le competenze? Le tasse che vogliamo alzare non sono le stesse che ognuno di noi cerca di evitare, il capitalismo che ci insegnano a disprezzare non è lo stesso che ci consente di arricchirci?

Il nostro scopo nella vita non è quello di indovinare quale leva abbassare, ma di imparare a determinare, come fossimo in una terra selvaggia, come mantenerci. È un ritorno alla legge della giungla? Per nulla. È un ritorno alla comunità, perché nel libero mercato il successo arriva solo dalla abilità di soddisfare i bisogni altrui. Ci accorgiamo di quando l'elettricità viene a mancare, di quando arrivano la pioggia o la neve e ci rivolgiamo ai nostri vicini per quello di cui abbiamo bisogno, riconoscendo che dovremo restituire il favore, e siamo felici così. Ci saranno degli abusi? Naturale. Ma il nostro sistema della libera impresa, e il libero mercato delle idee porta più ricchezza e felicità al più grande numero di persone nella storia. È l'invidia del mondo. E questa invidia spesso prende la forma di odio. Basta considerare chi, qui da noi,odia democrazia e capitalismo, la Sinistra Americana e i suoi compagni stranieri, che vengono a visitarci per spiegarci i nostri difetti. Non sono qui perché siamo il Grande Satana ma perché qui sono liberi di parlare. E noterete che quando scrivono, si tutelano con il diritto d'autore e con i proventi vanno a fare compere.

 


Traduzione di Angelo Allegri
(Continua)

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